di Nicola Pucci
“In teatro è difficile poter vedere la faccia di un attore. Eppure, stranamente, Elsa, pur avendo degli occhi piccoli, emanava tutto da se stessa, non solo dalla voce. Lei entrava in scena ed era; parlava e non parlava solo con la voce: parlava con il proprio corpo, con le mani, con i capelli, con i piedi. Entrava in scena e ti accorgevi che stava entrando qualcuno, o qualcosa, non sapevi bene cosa, ma lo avvertivi immediatamente…”.
Le parole di Salvatore Martino fanno il paio con quelle di Italo Dall’Orto: “Allora mi viene subito da pensare a Eleonora Duse. I silenzi, le pause della Duse hanno illuminato Stanislavskij su quello che è, sostanzialmente, il nocciolo del metodo: ovverosia, quando l’attore compie quel processo di interiorizzazione tale per cui assume in tempi micrometrici la temperatura del personaggio (…) Ecco, Elsa Albani era tutto questo, istintivamente. Le teorie di Stanislavskij, pur senza averle mai studiate o apprese, erano comunque le sue…”.
Ma chi è stata Elsa Albani? Perché oggi la si ricorda solo come la Madre nei Sei personaggi in cerca d’autore della Compagnia dei Giovani? Che cosa ha rappresentato, per il teatro italiano?
A questi ed altri interrogativi risponde il libro di Marcello Manuali, edito da poco da MTTMedizioni: “L’ottava valigia”. In forma di intervista e grazie ad uno stile semplice e diretto, coinvolgente, che ne fa quasi un romanzo, la vicenda umana ed artistica di Elsa Albani scorre e viene in superficie, emozionando e avvincendo il lettore. Le testimonianze di amici e colleghi (la Guarnieri, Orsini, Giuffrè, Sammataro) rinforzano l’impianto narrativo, garantendo per esso. Le numerose fotografie (provenienti dal Museo dell’Attore e dal Teatro Stabile di Genova e dal Piccolo Teatro di Milano) corredano e raccontano tutta una teoria di spettacoli, alcuni ancorati tutt’oggi alla leggenda (i Sei personaggi, appunto, o Il diario di Anna Frank, o Tre sorelle, tutti per la regia di De Lullo), nei quali Elsa fu; protagonista o in seconda fila, non importa. E raccontano, insieme, la magia del teatro, come ricorda Giancarlo Sammartano nella sua introduzione: “…Parla di tutto, pensa ad una sola cosa, a ciò che più importa: al momento sospeso, irripetibile del chi è di scena, del sipario che, aprendosi, chiude (…) Sa, Elsa, che è questo che lo spettatore è venuto a cercare. La domenica della vita. L’antigravità del mondo. Veder combaciare la forza e la grazia…”.
Come dice Marco Sciaccaluga: “Certo, rimane l’infinita malinconia di averla perduta. Ma l’attore è in quel qui e in quell’ora in cui l’hai visto la prima e l’ultima volta, e la sua memoria ti rimarrà dentro, incancellabile.”



Gli artisti rimangono eterni grazie alle opere che hanno prodotto e credo che questo sia proprio il caso anche di Elsa Albani.