di Francesco Gori
Ormai si usa dire “Ai tempi del Coronavirus”. Come se fosse un periodo da ricordare, il titolo di un album di fotografie su Facebook, o ancora un programma televisivo mascherinizzato.
Sarebbe più adatto definire questo spazio temporale alla David Foster Wallace, quel geniaccio amante del tennis che nel suo “Infinito capolavoro” coniò ormai tanti anni fa “L’Anno del Pannolone per Adulti Depend”. DFW aveva già capito quanto il tempo sarebbe stato sempre più scandito dalla sponsorizzazione, ma forse anche dalla paura.
Quel pannolone servirebbe oggi a Noi Tutti, indirizzati al terrore dai prìncipi instillatori che hanno fatto di un virus contagioso, e sì potenzialmente letale – ma a determinate condizioni e con un’analisi numerica realistica e non terroristica –, il loro asso nella manica per vincere la partita del potere.
Chi più, chi meno, chi prima, chi dopo, chi adesso, tutti abbiamo infatti sentito dentro di noi quella sensazione di angoscia nello stomaco, di preoccupazione latente e poi improvvisa di fronte all’emergenza sanitaria scandita da DPCM a oltranza dalla dubbia legittimità, dal bollettino pandemico giornaliero con numeri fumosi creati ad arte per riempire pagine, titoloni, “tiggì”… e il nostro pannolone.
Ce la siamo fatta sotto, ed abbiamo accettato l’annientamento di qualsivoglia libertà all’infinito, persino quelle più semplici come vedere i propri familiari o fare una passeggiata – tu, maledetto untore e delinquente che non sei altro – rispettando le regole e mantenendo le distanze. In nome della salute.
Di fronte alla tanto sventolata emergenza, abbinata all’aggettivo più usato – sanitaria – , ce ne sono però altre di non secondaria importanza, e quella forse più sottovalutata e totalmente ignorata dai governanti (parola che richiama un lavoro umile a cui questi signori sarebbero più adatti) è senza dubbio l’Emergenza Emotiva, proprio quella che ci ha costretto fin dall’inizio ad indossare il pannolone per adulti Depend, e poi cambiarlo, e cambiarlo, e cambiarlo ancora in un fiume di incontinenza da terrore.
Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Quell’emergenza che ci ha costretti a fare i conti con noi stessi in primis – in coercizione casalinga e, come dice il filosofo Galimberti, svincolati dall’identità lavorativa e dalla distrazione -, con i nostri figli piccoli e scalpitanti, con i genitori anziani e bisognosi. Già, perché ci sono anche loro, o i governanti troppo impegnati a “bisticciare tra loro” tra dirette facebook, twittate ed apparizioni in maschera, troppo orientati alla salute fisica – il bene assoluto primario – forse si sono dimenticati delle esigenze altre delle fasce più deboli?
“E’ per loro che dovete stare a casa!”
Troppo buoni, signori governanti, troppo altruisti.
Un lockdown ad oltranza, primo paese europeo ad entrarvi e forse ultimo ad uscirne.
E intanto i bimbi non giocano più tra loro, chissà per quanto tempo ancora non potranno andare sugli scivoli e le altalene dei parchi all’aperto (sì, all’aperto), né tantomeno tornare nelle scuole, chiuse come luoghi pestilenziali quando nell’altra Europa riaprono. Magari però potranno giocare d’estate in spiaggia, murati dentro un plexiglass ed in collegamento WhatsApp con gli amichetti.
E intanto gli anziani, con un tempo di vita limitato, non vedono più un raggio di sole, perché potrebbe far loro male, non possono più curare la loro ragione di vita – l’orto sociale -, né giocare a bocce o carte.
Stiamo davvero facendo tutto questo per loro?
Ma sì, tanto adesso giochiamo noi al gioco della caccia all’untore, il nostro passatempo preferito.
E poi i morti: per gli sfortunati che se ne sono andati proprio ora – magari per altri motivi, ma sempre etichettati in egual modo – neanche un funerale in chiesa, né un saluto familiare. Bruciati e via, cancellati immediatamente anni di esistenza per diventare tizzoni, atti a scaldare il ghiaccio paralizzante che stiamo vivendo. In ogni aspetto.
In una situazione del genere, nuova per noi della generazione del benessere e quindi buona comunque a risvegliare gli animi sopiti, domandare è lecito, ed il dubbio che in scienza non esiste più, dovrebbe essere il nostro pane quotidiano.
Voler togliere il dubbio dalle nostre teste è come volere togliere l’aria ai nostri polmoni” (Tiziano Terzani)
Ma davvero vogliamo tutto questo in nome della salute?
È davvero la salute fisica il bene primario, o è quella mentale?
Si risponderà che senza la prima non c’è la seconda, ma possiamo affermare il contrario?
Dove sono finiti i nostri diritti di cittadino, già classificato “cattivo” ancor prima di dimostrare il proprio senso civico?
Siamo sicuri che questo stato di prigionia finirà, o diverrà consuetudine nel tempo a seconda degli umori e dei vincoli del ristretto “club” scientifico?
Non abbiamo forse confuso il termine “prevenzione” con “ossessione”?
Quegli stessi governanti che hanno ridotto la sanità ad un colabrodo, non hanno invece puntato l’indice contro di noi, colpevoli di running o pisciate del cane, con un dispiegamento di forze brutale e mai visto, ed in nome della paura principe di ogni essere senziente, ovvero la morte?
Perché questa differenza tra tamponi e tamponati (nel senso automobilistico del termine), tra chi li merita in quanto cittadino di serie A e chi “Stai a casa e prendi la Tachipirina”?
Quanto siamo disposti a sacrificare del nostro tempo ancora, della nostra vita e delle nostre relazioni falcidiate in nome di una verità indiscutibile, dettata da chi è nel ruolo di farlo, e dunque meritevole di ubbidienza doverosa?
Di hashtag come #restaacasa, #andràtuttobene, #distantimauniti, ne abbiamo piene le palle: si può dire senza venire tacciati di “Fake News” dalla nuova normativa giornalistica?
Vogliamo un futuro con app di tracciamento e diktat su cosafare-doveandare-cosamangiare-chiincontrare-qualelavorofare-cosamettere-echipiùnehapiùnemetta?
O vogliamo riprenderci la nostra esistenza, quella di prima, accettandone i rischi annessi da sempre, dal momento in cui nasciamo?
Vogliamo ancora evitare di prendere la macchina vista l’alta percentuale di incidenti stradali o vogliamo tornare noi a scegliere, e anche sì, se morire o meno?
Vogliamo davvero evitare di incontrarci, guardandoci come nemici tutti, in nome di un distanziamento sociale che dovrà finire? Perché la questione temporale – sarà per un breve periodo – deve divenire certezza.
Sono domande che dobbiamo farci tutti. Adesso. Per non cadere nell’anonimato, per lasciare un mondo vivibile a chi verrà dopo di noi. E senza chiamare sempre in causa il semplicistico “Gomblotto”, nome che ben si addice ad un nuovo, dolce biscotto prodotto per sfamare il bisogno compulsivo di zuccheri.
È necessario un confronto sentito e sincero, senza aggressioni verso chi la pensa diversamente, senza verità assolute ed inconfutabili, e sempre con l’obiettivo comune di vivere tutti nel miglior modo possibile il tempo che ci rimane.
Intanto facciamo scorta di mascherine, guanti, ma soprattutto di pannoloni per adulti Depend.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.



