Siamo giunti alla quarta puntata della serie di riflessioni cinematografiche di Caterina Pardi su alcuni grandi film del recente passato, legati ai temi della televisione e della comunicazione.
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Flusso e pulsione: Assassini nati di O. Stone
di Caterina Pardi
Assassini nati (Natural born killers, Usa 1994, regia di Oliver Stone) è la storia di Mickey (Woody Harrelson) e Mallory Knox (Juliette Lewis), due giovani killer che viaggiano sulle strade del New Mexico seminando paura e morte per puro divertimento. Due creature lanciate a tutta velocità in una dimensione ipermediata e pulsionale, in cui immagini televisive e “realtà” – costantemente accostate, sovrapposte, ibridate – sono ormai indistinguibili.
Stone mescola bianconero, colore, superotto, video, usa velocità diverse rallentate o accelerate; adopera immagini deformate, sovrapposte, in negativo, alterate da filtri ed effetti di ogni tipo; mette insieme frammenti di programmi televisivi (fra cui una geniale sit-com d’orrore domestico), di film, videoclip, cartoni animati, documentari di animali selvaggi.
Questa forsennata e caotica accumulazione visuale rappresenta un risultato estremo dell’espressione dominante della tv americana; ciò che Williams definisce flusso (flow): l’assenza di cesure tra stili, generi e registri veicolati dal medium televisivo e il conseguente sincretismo dell’esperienza che esso veicola.
Dice il sociologo americano: “La differenza del broadcasting rispetto a questi altri sistemi di comunicazione (libro, pamphlet, riunione, commedia) non sta soltanto nel fatto che tali eventi o altri analoghi siano accessibili da casa, premendo un pulsante; ma nel fatto che l’effettivo programma offerto consiste in una sequenza o in un insieme di sequenze alternative di questi o di altri eventi simili, fruibili nella stessa unità spazio temporale e attraverso un’unica operazione”.
La televisione, spiega già nel 1976 Williams, ha abbandonato la programmazione tradizionale, quella dei formati e dei generi distinti e riconoscibili, innescando un processo di ibridazione e frammentazione sotto il comune denominatore dell’entertaiment e della pubblicità.
L’uso del telecomando ha contribuito a determinare questa tendenza: l’autonomia di senso di ciascun frammento narrativo ha infatti, come conseguenza, la possibilità di un’immediata comprensione in grado di catturare l’attenzione dei telespettatori nel corso dello zapping.
Assassini nati non è, banalmente, un film “sull’influenza della violenza televisiva sulle giovani menti”; il suo discorso si estende sul “modo” piuttosto che sui contenuti attraverso cui quel medium rappresenta. Trasformandolo nel proprio strumento espressivo, riesce a cogliere l’essenza inquietante e distruttiva del flow televisivo: sotto e attraverso il flusso d’immagini frenetiche, ribolle e si esprime una dimensione primitiva, indifferente a ogni istanza etica o normativa; qualcosa di molto vicino a ciò che Deleuze definisce mondo originario.
È il mondo delle pulsioni – semplici, come quella omicida e sessuale che guida i protagonisti, ma anche complesse come il sadomasochismo, il parassitismo e l’ossessione per le immagini del cronista Wayne Gale (Robert Downey Jr.).
Ed è il mondo dei pezzi, oggetti parziali o feticci (di carne, cibo, accessori di ogni tipo) verso i quali le pulsioni vanno ad indirizzarsi. Scrive Deleuze: “Il mondo originario non esiste indipendentemente dall’ambiente storico e geografico (ambiente derivato) che gli serve da medium (…) esiste e opera soltanto in fondo a tale ambiente, di cui rivela la violenza e la crudeltà”. Ancora: “è il mondo che si rivela in fondo agli ambienti sociali”.
La particolarità di Assassini Nati è che l’ambiente derivato, attraverso il quale tali pulsioni si esprimono, è puramente mediatico. E gli animali umani, i “predatori” che si muovono al suo interno come in uno spazio naturale, non sono solo Mickey e Mallory Knox: tutti i personaggi (criminali, uomini di legge, giornalisti ed anche le stesse vittime) si rendono artefici della medesima opera di degradazione, mossi dalla stessa pulsione violenta che “esaurisce” l’ambiente facendolo a pezzi, che lacera i corpi, distrugge oggetti e spazi, frammenta e rende ingestibile la visione.
Tale processo avviene all’interno e tramite il flusso televisivo, attraverso il quale si esprimono le pulsioni di morte dell’”animale umano” e che tende – esso stesso – a diventare accumulo di pezzi e feticci, prodotto informe di una pulsione che “lacera, dilania, disarticola” le immagini. Veicolo del processo entropico sono la ripetizione di immagini e la violenza ritualizzata, che neutralizzano ogni istanza critica ed etica, creando una sorta di “regno primordiale” (ma potrebbe essere anche uno stato apocalittico, finale) delle immagini. L’occhio del telespettatore trova una forma di illusorio appagamento in questo perpetuo e gratuito laceramento/interruzione/smembramento della visione, del senso, del pensiero.
I protagonisti non sono dei “ribelli contro il sistema”; al contrario ne fanno profondamente parte e sembrano incarnare un modello estremo di incoscienza consumistica e di istinto distruttivo. Il loro comportamento rappresenta forse un esito estremo di quella che negli anni ’60 Marcuse definiva magistralmente desublimazione repressiva:
“La gamma delle soddisfazioni socialmente permesse e desiderabili è stata molto ampliata, ma per loro tramite il principio del piacere viene ridotto, privato delle istanze irreconciliabili con la società stabilita. Grazie a questo processo di adattamento il piacere genera sottomissione. In contrasto con i piaceri della desublimazione ben adattata, la sublimazione conserva la coscienza delle rinunce cui la società repressiva costringe l’individuo, e per tal via conserva il bisogno di liberazione (…). È vero che ogni sublimazione è imposta dal potere della società, ma la coscienza infelice di questo potere già trapela attraverso l’alienazione (…) al contrario la perdita di coscienza dovuta alle libertà concesse da una società non libera dà origine a una coscienza felice che facilità l’accettazione dei misfatti di questa società. È un indice di declino dell’autonomia e della comprensione. La sublimazione richiede un alto grado di autonomia e di comprensione, essendo una mediazione fra conscio e inconscio, tra processi primari e processi secondari, fra l’intelletto e l’istinto, tra la rinuncia e la ribellione. Nelle sue forme più compiute come nell’opera artistica, la sublimazione diventa il potere cognitivo che sconfigge le forze repressive nel mentre cede ad esse. (…) Tale desublimazione sarebbe affatto compatibile con forme di aggressività sia sublimate che non sublimate. Queste ultime predominano in tutta la società industrializzata contemporanea.”
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