Lo scivolo “scotchato” e la vigile attesa della vita

di Francesco Gori

È ormai passato più di un anno dall’inizio della nuova Era Pandemica, e certe immagini avremmo pensato di non vederle più. E invece, a distanza di un tempo così ampio, eccole di nuovo tra noi, insieme alle stesse misure, e alle stesse chiusure. Fotografie di un fallimento che ritorna.

L’immagine dei parchi chiusi ad esempio, dove scivoli ed altalene sono di nuovo stretti nella camicia di forza di strisce bianche e rosse, a vietare quel che di più bello c’è nella vita: il gioco. Quella dimensione ludica che molti adulti hanno ormai perso, impegnati nella ruota del criceto produci/consuma/crepa, adesso mutata in resta-a-casa/consuma/crepa, e che invece fa parte a pieno titolo dell’universo dei bambini.

Sono loro, i grandi del domani, le prime vittime di disposizioni violente, a cominciare dalla gestione di una scuola distante sia fisicamente che moralmente, per continuare con la coercizione imposta al gioco e alla socialità all’aperto. Delibere che, in un mondo dominato ormai dalla tecnocrazia e dalla scienza come dogma assoluto, vanno contro questa stessa filosofia: è stato infatti dimostrato che il virus non è rilevabile all’aperto, non c’è quindi nessuna possibilità di contagio, come la logica farebbe comunque pensare. In più, i bambini non corrono alcun pericolo concreto.

Ma al di là di studi e prove concrete, in una società che ormai ha bisogno di solo pragmatismo, che ne sbatte di aspetti idealistici e che fa del razionale-accademico il proprio junk-food, dimenticando il cibo primordiale dell’essere umano – lo spirito -, la domanda è: perché martoriare le esistenze dei piccoli con il divieto di gioco, inserito in un contesto di già totale privazione e in una scuola vessata da regole che negano di rincorrere un pallone respirando a pieni polmoni, o di prestare la penna all’amico perennemente distante?

Lo scivolo “scotchato”, fotografia deprimente e simbolo del gioco negato, è la negazione della vita, è l’esempio della stupidità umana al potere, è la strada avviata verso transumanesimo e difesa della pura vita biologica.

Non si risponda che ad affermare questo non è un esperto, un virologo, un pedagogista, un tecnico: finché ci sarà libertà d’opinione, ormai messa continuamente in discussione da censure di ogni tipo in tv come sui social, un osservatore della realtà può esprimersi e dire la sua, senza arrogarsi il diritto della verità assoluta. Se poi ci vogliamo mettere a fare “la gara dei titoli”, come se un pezzo di carta fosse l’unica caratteristica per determinare la qualità di un’osservazione, quelli di chi scrive sono gli stessi del Ministro della Salute, cioè di colui che decide cosa dobbiamo o non dobbiamo fare.

Ecco comunque, a proposito dei bambini e delle castrazioni imposte al loro mondo, le parole di uno dei più grandi pedagogisti italiani, Daniele Novara:

“L’isolamento provoca nell’infanzia ripercussioni sull’equilibrio psicomotorio e neurovegetativo: un equilibrio che si costruisce con la presenza dei compagni, con esperienze sensoriali e motorie. E noi abbiamo tolto loro pure il parco giochi”. Estratto da un’intervista in cui parla di ondata anti-infanzia.

Non si risponda ancora a tutto questo con il concetto di temporaneità, che le famose e megafonate tre settimane sono passate da un pezzo.

Non si risponda a tutto questo con il ricatto morale dei morti, conseguenza di un mix complesso di fattori che vedono nei tagli alla sanità e nella mancanza di tempestive cure domiciliari le prime cause, e non certo colpa di fantomatici untori assembrati che ondeggiano sull’altalena. Sicuramente figli dei runners del lockdown.

Il rispetto dei morti si fa in primis celebrando la vita e rispettandone i cardini, assecondandone l’essenza, ricacciando il mito dell’immortalità figlio di questi tempi: un’esistenza senza malattia non ci è purtroppo concessa, ed avendone solo una a disposizione non è possibile mettersi in costante e vigile attesa della vita.  

Una modalità, quella della vigile attesa, che fa danni ancor più seri, isolandoci nella nostra ipocondriaca solitudine, fino a percepire l’altro come un costante pericolo per la nostra “nuda vita”, in difesa della quale molti hanno egoisticamente applaudito allo scivolo “scotchato” e all’imbrigliamento di qualsiasi contatto umano. Fino ad arruolarsi nell’esercito dei delatori, sempre più nutrito, che ci ha fatto ben comprendere come certi eventi drammatici del passato abbiano potuto attecchire con facilità.

C’è poi l’esercito dei falsi moralizzatori, soldatini costruiti ad arte dalla propaganda mass-mediatica che con tecniche di psicologia sociale manipola e descrive le caratteristiche dei “giusti” a cui le persone intelligenti devono aderire, orientando così “l’opinione di un ampio pubblico fabbricandone e celebrandone il primato morale”; persone così politicamente corrette da negare il diritto di libera espressione a chi si permette di dire una sola parola diversa dalla narrazione dominante.

E l’esercito degli ignavi, atti a scaldare il divano di case calde, dall’alto dei loro culi altrettanto al caldo, i moderati terrorizzati dall’esclusione sociale, che non si esprimono e si rintanano nelle loro certezze, che rimarranno tali chissà per quanto ancora.

Delatori, soldatini, ignavi, in parole povere complici più degli esecutori, e primi responsabili della distruzione della vita di quest’ultimo anno con la loro mitragliata di P: Passività, Paura, Pigrizia, Poltronaggine e Poltrone che ben si mixano a Potere, Politica, Pandemia.

Una “vigile attesa” della vita ormai infinita, protratta, e protratta, e protratta ancora con la stessa modalità dei protocolli ministeriali che utilizzano proprio queste due parole associate al paracetamolo, nonostante ci siano medici straordinari che da fine marzo 2020 abbiano curato con altri farmaci di uso comune, con tempestività, senza attendere un aggravamento il più delle volte rivelatosi fatale. E visitando nel segno di Ippocrate. A questo link il gruppo facebook della terapia domiciliare, i cui protocolli solo adesso iniziano ad essere presi in considerazione.

In un sistema minato in ogni sua certezza come quello in cui stiamo vivendo, per molti senza la dignità di un lavoro, della socialità, del gioco, in un caos bombardato ossessivamente ogni giorno da notizie compulsive-negative, la malattia è comunque dietro l’angolo: il disagio mentale in tutte le sue sfumature ansioso-depressive è aumentato, come ci confermano tasso di suicidi in ascesa e consumo smodato di psicofarmaci.

Ci ritroviamo da più di un anno in un vuoto costante, in una tempesta emotiva che oscilla dalla disperazione del salice piangente al sacro fuoco della rabbia, in una condizione di sofferenza continua, la stessa di un amore finito, privato, tradito o reciso all’improvviso.

Nell’atmosfera da gas soffocante, con la ghigliottina pronta a cadere e portarci via la testa, allontanarci dal personaggio nel quale ci identifichiamo e da questa vergognosa narrazione pandemica per tornare alla nostra vera essenza può essere una soluzione: un modo per rimetterci in connessione con la nostra vera natura, quella non artificiale, quella costruita su basi che permettono al bello di compiersi ugualmente.

In fondo, la diversità di percezione della realtà tra i due mondi che vanno delineandosi sta sostanzialmente nell’approccio: da una parte quello burocrate, calcolatore, cinico, gonfio di ego e di ragione, scientifico-senza-discussioni, coercitivo, esclusivamente-curativo, chiuso, manipolatorio, tecnocratico, discriminatorio e capitalistico; dall’altro quello in assonanza con la Natura, olistico, libero, preventivo, aperto, spontaneo, dubbioso, in armonia, semplice e “contadino”. Ognuno scelga con libertà il proprio, rispettando la diversità tra il ragioniere e l’artista.

Nel vortice di un teatro comunicativo e di racconti fiabeschi dell’evento più traumatico vissuto dal Secondo Dopoguerra che Alessandro Meluzzi definisce una psico-info-pandemia è necessario anche tornare al gioco dei bambini, quello dello scivolo senza scotch, e alla vita senza vigile attesa. È necessario magari prendersi una pausa di riflessione, e rivalutare ogni aspetto sul quale siamo stati rimessi in gioco: relazionale, economico, lavorativo, abitativo.

In un mondo dominato da banchieri, speculatori, corrotti ad ogni livello, dove il capitalismo della sorveglianza è ormai tra noi ed un progetto di reset economico e sociale sta cercando di affermarsi cavalcando un virus, solo un cantautore dal cuore anarchico come Fabrizio De André può venirci in soccorso: dall’album “Tutti morimmo a stento” del 1968, il suo “Recitativo (due invocazioni e un atto di accusa)” si rivolgeva contro i potenti dell’epoca, i detentori del potere “coi ventri obesi e le mani sudate, coi cuori a forma di salvadanai”. Di fronte alla loro carogna e mancanza di pietà, i nostri fragili vascelli affronteranno la burrasca del mondo con gli occhi belli.

Musica e parole che nella loro drammatica bellezza ci concedono ancora speranza (senza la S maiuscola).

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