di Francesco Gori
Ci sono personaggi del grande cinema destinati a segnare il cuore dello spettatore. Fino a diventare icone indelebili, che lo accompagneranno per il resto della sua esistenza. Per sempre, insomma.
Nel corso del tempo, e negli inevitabili momenti difficili lungo il percorso di vita, saranno gli eroi a cui ispirarsi, e le immagini mentali delle loro azioni indicheranno la via migliore da seguire: fulgidi esempi da cui attingere caratteristiche come resistenza e resilienza.
È il caso ad esempio di Henri, il Papillon interpretato da un indimenticabile Steve McQueen.
Il film (1973), omonimo del soprannome che richiama la farfalla tatuata sul petto del protagonista, è un manifesto di lotta per il diritto alla vita, che ad Henri viene negata per anni, e anni, e anni ancora: condannato ingiustamente al carcere nella terribile Isola del Diavolo, è costretto a subire isolamenti e torture di ogni tipo, ma con grande forza ed umiltà non si perde mai d’animo, si piega, ma non si spezza. Come un olivo secolare si avvinghia su se stesso, come un materiale elastico assorbe gli urti, senza arrivare al punto di rottura.
Uno straordinario esempio di resistenza-resilienza, capace di mescolare sia la capacità di opporsi ai continui colpi inferti dal nemico, che quella di adattarsi ogni volta a nuovi contesti e privazioni.
Henri-Steve-Papillon, col viso sudato dal color bianco-cadavere e il corpo consumato, nel buio della cella di isolamento fa flessioni su flessioni, cammina continuamente nei due metri per due di spazio concesso, mangia scarafaggi, striscia-inciampa-subisce-barcolla-invecchia ma non demorde, ed alimenta la sua tenacia con ammirevole costanza, pescando nel pozzo buio dei limiti di un essere umano. Fino ai confini con la follia.
foto da taxidrivers
Una corazza che nessun sadico riesce a scalfire, e per questo simbolo cinematografico perfetto da cui prendere ispirazione, in tempi bui come quelli che stiamo vivendo, ed ogni volta in cui ci sentiamo presi a bastonate da qualcosa o qualcuno.
“Maledetti bastardi… sono ancora vivo!” è l’urlo di battaglia finale di Papillon.
In modo meno evidente, un’altra icona del cinema di resistenza e resilienza è Noodles, il Robert De Niro di C’era una volta in America (1984).
foto da malatidicinema
Un uomo che dal nulla, dalle periferie umide e furtive della New York degli anni del proibizionismo, arriva ad avere tutto, diventa gangster ricco e potente, per poi perdere di-nuovo-tutto nel corso del tempo, fino ad una vecchiaia smarrita e solitaria.
“Che hai fatto in tutti questi anni?” chiede l’amico d’infanzia Fat Moe a Noodles, con cui si rivede dopo molto tempo.
“Sono andato a letto presto…” risponde De Niro con lo sguardo malinconico, in un richiamo all’incipit del capolavoro proustiano sul tempo perduto.
Umile e forte, buono ed intelligente, Noodles resiste allo scandire di questo tempo e alle intemperie della vita che lo ha spogliato di tutto, che gli ha rubato il migliore amico, i soldi, il potere, l’amore. Corroso dai sensi di colpa e da un telefono che squilla nella sua testa, dai dubbi e dalle domande che solo al calare dell’esistenza dissolverà, vive il suo calvario interiore con grande dignità, aiutato ogni tanto da un bel tiro di oppio.
Noodles non è un prototipo di resistenza alla Henri, è il perdente che decide di ritirarsi dal gioco, vincendo a suo modo con l’accettazione del fare monastico, di chi sa che certe volte è meglio farsi da parte. Con la modalità non bellicosa di chi si adatta ad una situazione insostenibile.
E sempre per rimanere sul filone di uno straordinario Sergio Leone, come icona resistente del cinema non poteva certo mancare un bel tipo come Armonica (C’era una volta il West, 1968): coi suoi occhi di ghiaccio, duri e sensibili allo stesso tempo, nella cornice di un viso da attore roccioso e rugoso di uno strepitoso Charles Bronson, è la rappresentazione del giustiziere con sete di vendetta. Un tema che fa da filo conduttore a numerosi altri film – basti pensare all’Uma Thurman di Kill Bill, all’Alberto Sordi di un Un borghese piccolo piccolo, o allo stesso Bronson nei successivi action movies targati Il giustiziere della notte -, ma che nel suono dell’armonica western trova il compimento perfetto.
foto da malatidicinema
Fare giustizia è l’obiettivo del cowboy dagli occhi profondi del mare, e nulla potrà fermarlo. La sua armatura interiore inserita nel corpo di un fusto dalle spalle larghe lo difende, e ricaccia difficoltà ed ostacoli che gli impediscono di risalire al responsabile del trauma giovanile. Non si arrenderà, fino alla realizzazione dell’azione agognata.
Sulle note di un Ennio Morricone da brividi (come del resto anche in C’era una volta in America), ed in indimenticabili sequenze di un capolavoro senza tempo, come il duello con il cattivone Henry Fonda – cui all’ultimo respiro ritorna il ricordo di chi è Armonica -,
o quella dell’addio alla bellezza di Claudia Cardinale, c’è tutto il sapore di chi dedica la propria vita alla battaglia per un ideale, in questo caso vendicativo. Una volta raggiunto, il cuore di Armonica non ha bisogno d’altro.
Henry, Noodles e Armonica, interpretati da attori di eccellenza come Steve McQueen, Robert De Niro e Charles Bronson, rimangono icone indelebili del cinema, ma anche simbolo di resistenza e resilienza, seppur con modalità diverse, dettate anche dal contesto: mentre Papillon resiste alla costrizione con lo scudo, sfiorando il limite della sopportazione psico-fisica, Noodles agisce togliendosi dal mondo del potere effimero e usando l’umiltà del monaco che si ritrae, Armonica infine contrattacca con la pistola della sua epoca western, assecondando la linfa della sua dolce rabbia a suon di pallottole.
Tre icone scolpite nella storia del cinema, tre esempi da seguire in senso mitologico nel difficile viver quotidiano. Di questi tempi, e dei prossimi che verranno.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.



