L’anima autentica di Antonio Ligabue nel film “Volevo nascondermi”, con Elio Germano

Se in una sera d’estate e sotto un cielo di stelle ti imbatti in un film come Volevo nascondermi, non puoi che ringraziare la bellezza del cinema. Capace di nutrire un’anima sempre più affamata, visti i tempi bui che stiamo vivendo.

Elio Germano interpreta Antonio Ligabue

Non è mai facile riportare sul grande schermo la biografia di un personaggio complesso, in questo caso Antonio Ligabue, pittore naïf che conoscevo solo come rumore di fondo.

La vita di “Toni”, in seguito soprannominato anche “Al Tudésc” per le origini svizzere, si fa in salita fin dai primi anni, nei quali viene affidato ad una famiglia adottiva. Le sue problematiche fisiche – soffre di rachitismo – e mentali, si accentuano di fronte alle vessazioni che subisce dai compagni di scuola che lo scherzano a suon di colpi di tosse, dai maestri che lo puniscono chiudendolo in sacchi asfissianti, e dai genitori artificiali, che invece di accoglierlo lo rifiutano costantemente come un cibo scaduto.

Significativa una delle scene iniziali, nella quale il piccolo Antonio, malato nel letto, si avvicina alla matrigna in cerca di un abbraccio di conforto, che gli viene brutalmente negato. La follia è allora dietro l’angolo, così come le continue entrate ed uscite dalla clinica psichiatrica, riproposte in flashback allo spettatore.

Ligabue è spesso preda di scatti d’ira improvvisi (soprattutto nei momenti in cui il rifiuto ritorna), e i suoi incessanti grugniti animaleschi non sono altro che richieste d’aiuto, richieste d’amore. Sì, cerca l’amore che nessuno gli dà, Antonio: prima nell’abbraccio mancato della mamma, poi nella carezza istantanea di una donna che lo accoglie nella sua casa per un breve periodo, più avanti negli anni nel bacio – un bes – che chiede invano a Cesarina.

La scoperta del disegno e della pittura aiutano Toni ad esprimere il suo sofferente mondo interiore, e tutta la rabbia bestiale si trasforma in quadri di grande impatto visivo, primordiali, e dominati da animali come tigri, leoni e gorilla. Dipinge e a volte scolpisce, trascinato da un bisogno autentico, da un vigore dirompente ed impellente.

La sua immagine di personaggio estroso, folle quanto geniale, è ormai negli occhi del paese della Pianura Padana dell’Italia fascista in cui vive stabilmente. Ma il talento emarginato ed etichettato come lo “scemo del villaggio”, dopo le difficoltà iniziali finalmente esplode, ed arriva all’attenzione della folla grazie al critico Mazzacurati.

Antonio Ligabue si dedicherà allora a pieno alla sua missione di vita, lui sì, pazzo quanto autentico protagonista della propria esistenza, e del quale “il mondo si ricorderà una volta morto”, come lui stesso sostiene durante uno scambio di battute con il suo autista, uomo comune e agli antipodi.

Negli anni ci saranno le adorate motociclette – splendide le riprese della sua figura goffa alla guida di una Moto Guzzi rossa fiammante, sullo sfondo delle Terre del Po -, le macchine, i soldi con i quali aiuta chi ha debiti, la fama, ma Toni non riuscirà mai a conquistare l’Amore, della cui mancanza si nutrirà la sua straordinaria arte.

Un film senza un filo narrativo vero e proprio, come è giusto che sia per un biopic: il lungometraggio di Giorgio Diritti trae forza dalla figura sgorbia del protagonista, dal suo corpo gobbo ed emaciato, dal dialetto rozzo (e sottotitolato) e dal suo fare primitivo ed impulsivo. Ad interpretare una presenza fisica tanto brutta quanto ingombrante è un Elio Germano irriconoscibile ed in stato di grazia, e non a caso premiato con Orso d’argento e David di Donatello.

Musiche commoventi, da brividi, quelle di Marco Biscarini e Daniele Furlati: note che condiscono una biografia drammatica e struggente fino alla fine con un giusto mix di emozioni tra malinconia/tristezza/amore di Invisible

e passione/tensione/angoscia di tracce come La Pazzia.

Suggestiva l’ambientazione nella campagna di un’Emilia-Romagna arcaica (forte a mio avviso il richiamo alla vita rurale di un cult del genere come L’albero degli zoccoli) come il protagonista che in essa – e nel contatto con la natura, gli animali ed i giochi dei bambini – coccola all’infinito il suo bambino interiore, donandogli l’eterna giovinezza delle sue opere.

Una storia intensa, in un mondo così lontano da quello attuale, da far venir voglia di salire su una DeLorean per tornare indietro nel tempo e a ciò che eravamo, e al quale – prima o poi – dovremo tornare per ritrovare la nostra vera essenza. Proprio quella di Antonio Ligabue.

Leave a Reply

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.