Il cattivo poeta, il totalitarismo morbido e la biopolitica

Un film non capita mai per caso. Arriva sempre al momento giusto. E se, in una delle ultime sere di libertà cinematografica all’aperto, mi sono ritrovato di fronte a Il cattivo poeta, è perché dovevo vederlo.

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Dovevo rivivere ancora una volta sul grande schermo gli anni bui del fascismo, stavolta attraverso gli occhi di un poeta come Gabriele D’Annunzio che, dal suo esilio al Vittoriale sulle rive del Garda, si oppone moralmente al fanatismo dilagante del regime mussoliniano, nonostante una sua iniziale e parziale adesione.

Sul fronte opposto, alla figura ormai anziana del cantore-protagonista dell’azione di Fiume, si contrappone quella del giovane Giovanni Comini, ufficiale in carriera di nero vestito, pronto ad eseguire ogni ordine ricevuto dall’alto. A lui viene affidato l’incarico di sorvegliare D’Annunzio che, con le sue parole unite alla fama, rischia di mettere in crisi la futura alleanza con Hitler. Esilio e controllo erano nel destino degli intellettuali antifascisti dell’epoca, si pensi anche a Carlo Levi, ben descritto in un altro affresco cinematografico come Cristo si è fermato a Eboli.

Vedere un film del genere nel 2021, ne cambia senza dubbio la prospettiva. Fin dai primi minuti di visione infatti, il parallelismo con l’epoca attuale mi è apparso spontaneo, seppur in modo sottile e diverso.

“Paragonare il fascismo alla democrazia attuale?”, mi aspetto già una domanda del genere.

Contesti completamente distinti all’apparenza, con gli anni 1936-1939 descritti – così come l’intero ventennio del Duce -, impregnati di una violenza innegabile, perché tangibile, “pratica”, pragmatica, visibile, corporale, brutalmente oggettiva, oppressiva. Niente a che vedere, sulla carta, con il momento che stiamo vivendo.

Il totalitarismo classico che ha fatto la storia in senso negativo, sia quello di colore nero come in questo caso, che quello rosso targato Stalin, è una modalità di terrore diretta, ed ormai non più applicabile. Esercitare un potere con la fisicità nel mondo attuale, alla luce del sole, non sarebbe più funzionale e altresì facilmente condannabile.

Ma la nostra fase storica, quella che coinvolge le nostre vite nel quotidiano, è veramente diversa, se si procede ad un’analisi ponderata, approfondita, per quanto sottile e complessa?

In un’epoca di facciata democratica, l’esercizio del controllo non può essere evidente come detto, necessita di modalità invisibili, più subdole e morbide, tanto velate da portare ad un conflitto mentale individuale continuo e pesante, del tipo: “No, non è possibile, non può più accadere una cosa del genere”.

La tendenza dei più è quella di negare l’evidenza, in quanto difficilmente sostenibile a livello psichico, in quella che invece appare per molti altri come un’evoluzione del totalitarismo classico: Giorgio Agamben in A che punto siamo? sostiene che “è difficile decidere se noi viviamo oggi in Europa in una democrazia che assume forme sempre più dispotiche di controllo o in uno Stato totalitario che si maschera da democrazia”.

Le caratteristiche del regime, attualmente ci sono tutte: potere in mano ad una ristretta oligarchia, adesso anche “multinazionale”; propaganda unica del pensiero attraverso il martellamento dei media, con conseguente annientamento e derisione di chi liberamente esprime una semplice opinione divergente; uso massiccio delle forze dell’ordine adibite al controllo sociale e, più che che a manganellare fisicamente, a farlo psicologicamente; stato di emergenza continuativo.

Insomma, c’è davvero quella netta distanza tra queste due epoche, al di là delle apparenze di forma?

O siamo forse di fronte a quello che Günther Anders nel suo L’uomo è antiquato del 1956 definisce totalitarismo morbido?

Ecco un passo di quel libro clamorosamente predittivo, che pone l’accento sul condizionamento collettivo, che annulla la coscienza del singolo:

Per soffocare in anticipo ogni rivolta, non bisogna essere violenti.

I metodi del genere di Hitler sono superati. Basta creare un condizionamento collettivo così potente che l’idea stessa di rivolta non verrà nemmeno più alla mente degli uomini.

L’ideale sarebbe quello di formattare gli individui fin dalla nascita limitando le loro abilità biologiche innate.

In secondo luogo, si continuerebbe il condizionamento riducendo drasticamente l’istruzione, per riportarla ad una forma di inserimento professionale.

Un individuo ignorante ha solo un orizzonte di pensiero limitato e più il suo pensiero è limitato a preoccupazioni mediocri, meno può rivoltarsi.

Bisogna fare in modo che l’accesso al sapere diventi sempre più difficile e elitario.

Il divario tra il popolo e la scienza, che l’informazione destinata al grande pubblico sia anestetizzata da qualsiasi contenuto sovversivo.

Niente filosofia.

Anche in questo caso bisogna usare la persuasione e non la violenza diretta: si diffonderanno massicciamente, attraverso la televisione, divertimenti che adulano sempre l’emotività o l’istintivo.

Affronteremo gli spiriti con ciò che è futile e giocoso.

E’ buono, in chiacchiere e musica incessante, impedire allo spirito di pensare.

Metteremo la sessualità al primo posto degli interessi umani. Come tranquillante sociale, non c’è niente di meglio.

In generale si farà in modo di bandire la serietà dell’esistenza, di ridicolizzare tutto ciò che ha un valore elevato, di mantenere una costante apologia della leggerezza; in modo che l’euforia della pubblicità diventi lo standard  della felicità umana.

E il modello della libertà.

Il condizionamento produrrà così da sé tale integrazione, che l’unica paura, che dovrà essere mantenuta, sarà quella di essere esclusi dal sistema e quindi di non poter più accedere alle condizioni necessarie alla felicità.

L’uomo di massa, così prodotto, deve essere trattato come quello che è: un vitello, e deve essere monitorato come deve essere un gregge.

Tutto ciò che permette di far addormentare la sua lucidità è un bene sociale, il che metterebbe a repentaglio il suo risveglio deve essere ridicolizzato, soffocato.

Ogni dottrina che mette in discussione il sistema deve prima essere designata come sovversiva e terrorista e coloro che la sostengono dovranno poi essere trattati come tali.”

Al condizionamento dall’alto si unisce poi la reazione ubbidiente individuale, che si concretizza ad esempio con un altro fenomeno ben presente ad un certo punto nel film Il cattivo poeta, così come di questi tempi, ovvero la delazione, forse una delle caratteristiche più aberranti dell’essere umano: la spia, anche quella “buona”, è esempio di flaccidità dell’anima, e qui appare nelle vesti bonarie dei genitori di Comini che denunciano al figlio – che non è più tale, ma adesso è per loro un ufficiale -, l’amico decennale che si è espresso “contro il fascismo”. Comini, interpretato da Francesco Patané (che richiama fisicamente il Giorgio Pasotti giovane), risponde ai genitori con un “Sono io” dal quale il suo animo nobile riaffiora, e per la prima volta partorisce il dubbio verso l’ideologia per la quale lavora. Dubbio che nel tempo si alimenta sempre di più, tanto da portare ad un’empatia sincera col dissidente Vate, interpretato da un ottimo Sergio Castellitto in sequenze che alternano la figura del poeta etico a quelle dell’uomo appassionato di donne e cocaina, e che ne esprimono tutta la complessità caratteriale.

Tornando con un flashback all’epoca attuale, l’istituzione della recente tessera verde che impedirà a me come ad altri – contrari per principio a qualsiasi tipo di discriminazione, dunque anche “sanitaria” – è un ulteriore e non ultimo tassello di un controllo pressoché totale sull’individuo che comincia al mattino con il caffè al bar, per continuare durante il giorno nei luoghi di lavoro e sociali, fino alla sera e alla rete alla quale siamo costantemente connessi, e dalla quale siamo ormai completamente dipendenti, anche nelle azioni più banali come spegnere una luce. Ci pensa Alexa, ci pensa l’intelligenza artificiale a dirci cosa e quando fare.

La distruzione delle libertà individuali in nome della sicurezza sanitaria, e con essa quella di scegliere cosa fare del proprio corpo anche in nome di una qualsivoglia emergenza, non può essere indizio di società democratica, ma di nuove modalità in stile totalitaristico-tecnologico, e di biopolitica/biopotere come intendeva Michel Foucalt.

“Secondo l’autore infatti vi è un importante cambiamento nel XIX secolo, il passaggio dal potere “sovrano” che agiva appunto dall’alto, con la spada, esercitando il diritto “di far morire o lasciar vivere” i suoi sudditi, a un potere che invece vuole organizzare, ordinare, dirigere la popolazione e vuole quindi gestire la vita, non più la morte!”;

“Le guerre non si fanno più in nome del sovrano che bisogna difendere; si fanno in nome dell’esistenza di tutti; si spingono intere popolazioni a uccidersi reciprocamente in nome della loro necessità di vivere;

“Secondo Foucault più che promulgando leggi da far rispettare, il potere biopolitico agisce creando una “norma” che va seguita se si vuole rientrare nei parametri di chi ha diritto al benessere, fornendo tecniche (come ad esempio quella medica) che permettano di rientrare in questi suddetti parametri.”

Per molte persone totalitarismo morbido e biopolitica sono concetti complottistici, che non esistono, o che non vogliono far esistere per paura o comodità: del resto, chi collaborava ai tempi di Adolf e Benito, agiva proprio così, tra ignavia e falsa moralità. Oggi, almeno porsi delle domande ed alimentare il dubbio, è quantomeno legittimo.

La certezza che unisce noi tutti e che ci dovrebbe portare ad un dibattito fruttuoso e lontano da aggressioni e schieramenti politicizzati, è che stiamo vivendo – da qualunque prospettiva si guardi – tempi bui.

E la visione di film come Il cattivo poeta serve anche a questo, a ricordarcelo. Perché la storia si ripete sempre, anche se gli eventi si evolvono, e mutano in varianti adattive al contesto.

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