di Claudia Boddi
Dall’ottava relazione del Parlamento sull’alcol e problemi correlati, pubblicata il 23 febbraio di quest’anno, emerge come in Italia il tasso di mortalità relativo all’abuso di alcol sia superiore alla media europea. Teenager e adolescenti, i maggiori consumatori, soprattutto ragazze di età compresa tra i 14 e i 17 anni.
Negli ultimi anni, il rapporto degli italiani con gli alcolici è radicalmente cambiato. Se fino a qualche tempo fa, infatti, in pochi avrebbero disdegnato pasteggiare con davanti una caraffa di vino buono – nonostante che bere durante il pasto dimezzi la concentrazione della sostanza nel sangue -, il nostro stile di vita è andato in un’altra direzione: verso la necessità di ubriacarsi spesso, bevendo superalcolici lontano dai pasti. I motivi personali che portano ciascun individuo ad adottare questo tipo di comportamento sono di ordine strettamente soggettivo e non sta a noi indagarli. Quello che invece ci compete e ci interessa, sono i meccanismi che scattano a livello macroscopico.
Nel periodo storico che stiamo vivendo, “il modello di trasgressione per eccellenza è lo sballo e l’alcol è un mezzo per raggiungerlo” – afferma Simona Pichini, dell’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga dell’Istituto Superiore di Sanità e rappresentante nazionale per le politiche sull’alcol presso l’OMS -. Gran parte del problema sta nel fatto che di questo nettare, eccitante e pericolosissimo, non si avverte l’effetto “rischio”. Ciò che viene subito percepito, soprattutto dai giovani che ne fanno uso, è l’azione inibitoria che permette di superare la timidezza e facilita nelle relazioni con l’altro sesso o nei gruppi di pari. La semplicità nel reperirlo, rispetto alla droga per esempio, il fatto che non sia illegale e più accettato socialmente, lo rendono elemento di grande attrattiva e diffuso consumo.
La verità è che vino, birra, superalcolici, ma anche amari e aperitivi, non esprimono la loro pericolosità solo nel guidare, dopo averli assunti, come mettono in luce numerose e intelligenti campagne di utilità sociale. Non molti sanno che l’assunzione massiccia di alcol influisce sull’insorgenza di 60 diverse malattie tra cui 12 tipi di tumore. La sensazione di stordimento o di completa perdita del controllo di sé, che segue alla sbornia, rade al suolo tutti i benefici fittizi che l’alcol sembrava aver concesso inizialmente: diventa difficile parlare, pensare e perfino muoversi; le difficoltà magicamente scomparse precedentemente nelle relazioni, per incanto, ricompaiono e sono più ingombranti e sostanziali di prima, perché non è così che si risolvono.
La domanda che tutti (genitori, figli, insegnanti, operatori del settore) dovremmo porci, è: perché c’è sempre bisogno di ubriacarsi?




E’ un problema che mi sono posto dopo aver studiato in Irlanda e in Inghilterra e viaggiato nel Nord-Europa in gere, dove la bevuta è praticamente d’obbligo (in effetti, al tempo anch’io bevevo ben più di ora, anche se mai a livelli esagerati).
Non basterebbe un misurato “social drinking”, giusto per compagnia e allegria, anziché sfondarsi?
E’ un segno dei tempi, soprattutto da noi, dove l’alcol non è un fenomeno “culturale” giustificato dal rigore del clima. E’ una manifestazione della tendenza a omologarsi, a “fare quello che fanno gli altri”, per sentirsi accolti.
Ed è l’errore più grosso, non solo per il male che fa, ma anche perché i rapporti umani più belli nascono dalla consapevolezza di quello che si è dentro.
Ma naturalmente sono discorsi da povero idealista, uno che “non è mai stato giovane” (mi è stato detto, una volta).