In ricordo di un amico e maestro: Andrea Pieri, un uomo che insegnava la vita

Certe notizie non vorresti riceverle mai. E quando arrivano, soprattutto se inaspettate, non ti senti mai pronto ad accettarle.

Ma così è la vita, bella e stronza, imprevedibile nel bene e nel male, terra di impermanenza.

Se n’è andato un amico, ma prima di tutto un maestro. Perché questo era Andrea Pieri, un uomo che insegnava la vita, come scritto nella locandina della sua ultima mostra di pittura.

Mi sento in dovere di scrivere queste righe per ricordarne lo straordinario spessore umano, e affinché quei pochi o tanti che le leggeranno possano conoscerlo anche adesso, o magari in futuro attraverso gli straordinari dipinti che ci ha lasciato.

Mi viene in mente la scena del film L’ultimo Samurai, quando l’imperatore giapponese chiede al capitano interpretato da Tom Cruise della morte di Katsumoto: “Io vi dirò come è vissuto”, risponde Nathan Algren. Ed io farò lo stesso.

Andrea ha vissuto intensamente, condensando nei suoi anni molte più esperienze di quei bottegai da salotto che odiava tanto, esistendo in prove spesso dolorose, ma superandole sempre con la forza del suo spirito. Era capace di danzare sugli ostacoli lungo il cammino, e in fondo quello che a lui importava era proprio quest’ultimo. La ricerca.

Lo conobbi nei primi anni del 2000, quando ero un pischello poco più che ventenne che si affacciava alla vita e alle sue vere difficoltà, e lui un ultra-cinquantenne insegnante di yoga. Avevo scelto di provare questa disciplina attirato un po’ dalla new age, ma in fondo più per cercare un rifugio interiore al travagliato mondo esterno. Cercavo un’oasi fatta di respiro e flessibilità e la trovai al primo piano del centro olistico Harmony di Firenze. Ricordo perfettamente l’impronta rilassante che mi lasciò quella prima ora di Hatha Yoga, tanto che ne divenni appassionato praticante per quattro anni. Ma ricordo soprattutto l’impatto con quel sorriso costante, di un uomo che ci guidava suadente ad armonizzare inspirazione ed espirazione con il movimento lento degli arti. E poi a praticare le Asana: dopo un inizio nel segno di un corpo rigido, mi ritrovai in poco tempo a fare con semplicità Aratro, Candela, Cobra, e quel Saluto al Sole del quale ancora adesso conservo la memoria muscolare. Tra le parole lente e ritmate di AP, mescolate a musica d’anima avviluppante, la lezione terminava con dei mantra e poi con un rilassamento, talmente profondo che c’era bisogno di una coperta. Finita l’ora ci fermavamo a parlare negli spogliatoi, spesso da soli, in quanto unici rappresentanti o quasi di sesso maschile. Ero molto incuriosito da quella figura così paterna e rassicurante, che mi portava a domandarmi: “Ma come diavolo fa a sorridere sempre?”, io che a quei tempi non riuscivo certo a sorridere come lui. Un segreto che avevo voglia di carpire.

Un giorno mi disse che faceva lezioni di yoga di gruppo anche a casa sua, e che sempre lì svolgeva degli incontri individuali. Andrea era un maestro spirituale, oggi potremmo chiamarlo counselor, ma di quelli fatti da sé, ben lontano dai professoroni ultra-titolati che spesso millantano una competenza che hanno solo su carta. La storia personale di Andrea era quella di un uomo caduto e ri-caduto più volte, ma ogni volta risorto in modo sempre più splendente, ricco di quel carico di sofferenze evolutive che i puri accademici non hanno, imbevuti come sono nella loro borghesia. Ad affinarne la preparazione meno pragmatica, c’era comunque una libreria di tutto rispetto, dalla quale spiccavano i libri azzurri editi da Astrolabio Ubaldini, tra i quali il primo che mi viene in mente è La tranquilla passione. Saggi sulla meditazione buddhista di consapevolezza di Corrado Pensa. E poi c’era Jung, il suo preferito tra i padri della psicologia clinica.

Mi convinsi che sarebbe stato bello andarci, quantomeno come esperienza personale di evoluzione. Mi ritrovai così nella sua casa in Borgo Pinti, dove viveva in compagnia della sua gattina Lina, e poi nel grande salone spoglio di mobilia, dove al centro c’erano due seggiole una di fronte all’altra. La piccola cucina accanto compensava la gestione dello spazio, ed era un ammasso di disordine ordinato secondo la sua visione della vita. Ogni volta mi preparava una tazza d’orzo, e via seduti a parlare dei massimi sistemi, di turbolenze personali e sentimentali, della vita e sul modo di affrontarla al meglio delle nostre possibilità. Andrea da sempre lo faceva a petto in fuori, e fisicamente dava proprio questa impressione, con quella sua circonferenza toracica allargata dai continui movimenti respiratori dello yoga, che praticava e studiava da anni. Aveva poi quegli Hungry Eyes, chiari e tempestosi come il mare, che cangiavano spesso in Eyes of the Tiger, vulcanici e intrisi di passione.

A metà tra la poesia di Gabriele La Porta e la saggezza di Tiziano Terzani, era una personalità ricca di umanità, profondità e trasparenza. Nel bene e nel male, perché non aveva filtri, se ne fregava dei convenevoli, delle convenzioni sociali, delle tipiche ipocrisie dell’uomo medio, e ti diceva in faccia quello che pensava. A volte anche con una modalità “spettinatoria” difficile da sostenere, ma autentica. Sì, era un uomo vero, d’altri tempi ma al passo coi nuovi, un ex 68ino curioso di imparare a chattare su Messenger a 70 anni: la sua attenzione al qui e ora era infatti proporzionale alla sua esperienza.

Anche negli ultimi anni, nei quali ho avuto modo di incontrarlo molto meno, ogni volta che lo vedevo sprizzava l’energia potente di un 20enne, come dimostra la sua pittura, passione scoperta in tarda età, che lo portava nei territori che prediligeva, quelli inesplorati dell’inconscio. Con risultati stupefacenti.

I quadri ancora nel suo appartamento sono il testamento di un artista a tutto tondo; ho la fortuna di averne uno come ricordo, e lo trovo bellissimo. Ma con me rimangono soprattutto i suoi insegnamenti: quei bocconcini di qualità che mi elargiva ogni volta nei nostri incontri, ricchi di anima e intelletto, e che nutrivano parti di me affamate come non mai.

Cosa ho imparato in particolare? A lavorare su me stesso, o meglio a provarci, a volte con buoni risultati, altre volte meno, ma sempre col tentativo di acquisire consapevolezza dei miei meccanismi mentali, da elaborare ogni volta nei rapporti con me stesso e con gli altri. A mettermi in discussione e cambiare l’imprinting, a smussare gli angoli dell’ego, a chiedere scusa, a dire grazie. Ad essere più autentico e gentile possibile, pensando che di fronte ho sempre una persona con le sue personali difficoltà. A mollare in senso positivo, a lasciar andare quando spesso non vogliamo far altro che stringere e possedere qualcuno o qualcosa.

Mi ritengo molto fortunato ad averlo conosciuto. Ho tantissimo materiale che riguarda le nostre riflessioni di quei tempi, ed in un prossimo futuro lo raccoglierò in un progetto/libro per far sì che le sue parole rimangano anche su carta, per quanto già indelebili nelle anime che ha servito con attenzione ed amore.

Già, l’amore. Argomento che trattavamo spesso, persi nelle rispettive esistenze sentimentalmente impegnative.

Mi ricordo bene alcune frasi su questo tema così centrale per tutti noi: “L’amore comincia quando lei/lui ti delude e tu accetti i suoi limiti, e riparti. Comincia quando c’è un conflitto e si affronta, rispettando le fragilità altrui. Argomentando senza offendere.”

E ancora: “Ciò che unisce due persone è un linguaggio comune, parlare la stessa lingua, calcare il solito territorio”.

Con frasi del genere, con una parola o un dettaglio sul quale soffermarsi, Andrea Pieri era capace di accenderti l’anima, sgretolando il muro della banalità. Con l’obiettivo di farti riflettere, e sforzare per arrivare a quel nucleo dove tutto è possibile, soprattutto l’amore in ogni sua forma.

Grazie, uomo che insegnava la vita.

Ti abbraccio forte come facevi tu con me, come un padre.

Ciao Amico. Ciao Maestro.

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