Quante emozioni ci regala il cinema. Che è possibile recuperare sempre, anche a distanza di tanto tempo, come ogni forma d’arte che porta in grembo l’eternità: è il caso del meraviglioso In the Mood for Love, film uscito nel 2000, e tornato per tre giorni nelle sale in versione restaurata. E dalla poltroncina, sul grande schermo e con quel sonoro impregnante, la visione fa sempre un altro effetto.
Quello che rimane dentro più di tutto di una pellicola di qualità infinite come questa è la struggente colonna sonora: un valzer malinconico e profondo che tambureggia l’anima dall’inizio alla fine, e si fa eco per giorni e giorni. Ancora, e ancora.
Spazio alla musica, intanto. Yumeji’s Theme, di Shigeru Umebayashi. Meraviglia allo stato puro.
Un film che non solo aumenta d’intensità nel corso dei suoi 138 minuti, ma che eleva la sua poesia all’ennesima potenza anche una volta usciti dal cinema, destinata a fiorire dentro per tanto tempo. Sarà per questo che il titolo originale è “L’età della fioritura“?
In the Mood for Love pianta un seme di bellezza estetica ed estatica che porta pace, pur nella drammaticità della trama e della sofferenza dei protagonisti.
Siamo in Cina, Hong Kong, 1962. Si intrecciano tante vite nei palazzi affollati, circondati dall’atmosfera tipicamente asiatica, in particolare quelle del Sig. Chow Mo-wan (Tony Leung Chiu-Wai) e della Sig.ra Su Li-zhen Chan (Maggie Cheung), rispettivamente un redattore di un giornale ed una segretaria. Due appartamenti confinanti li portano alla conoscenza, ma il vero filo conduttore verso un’intimità maggiore sarà la loro vita solitaria, dove i rispettivi coniugi sono sempre assenti: scopriranno che i due sono amanti, e saranno così costretti a condividere il dolore, fino a toccarne le corde reciproche più profonde.
Le scene di Su Chan in slow motion col thermos che le oscilla tra le mani mentre cammina, sale le ripide scale o si incrocia col vicino, sempre accompagnate da quel sonoro ritmato e vibrante, sono così potenti da trafiggere i sensi di chi guarda, sono storia del cinema. Senza dubbio. Una chiara oggettivizzazione della bellezza che è capace di partorire l’essere umano quando dal suo cuore esce amore puro per la vita.
Il regista Wong Kar-wai con In the Mood for Love crea vita eterna, nonostante quella dei due protagonisti non sia pienamente vissuta. Ma non importa. Anzi. È proprio quell’incrocio di solitudini e l’assenza di scontata carnalità che ne fa un capolavoro di eleganza e classe, con dialoghi minimali ma quanto mai profondi, e immagini impregnate di semplice quotidianità che restituisce emozione.
Ad un certo punto del film Chow cambia casa ed esplode il colore rosso, con tende che riportano per un attimo alle atmosfere oniriche e surreali di Twin Peaks, segnale di una passione che non esplode direttamente, ma in modo indiretto.
Un film che produce passione senza mostrarla? Non è qualcosa di incredibile?
Chow e Chan sono legati dalla sofferenza per una situazione sulla quale non hanno controllo, ne hanno invece sul loro modo di reagire.
L’uomo dagli occhi profondi e la sigaretta sempre accesa vorrebbe vivere il nuovo amore:
“Non perderò tempo a compatirmi. La vita è troppo corta, bisogna cambiare”;
“Non dobbiamo essere come loro”,
si frena invece Su Chan, pur provando un sentimento testimoniato da una zuppa di semi di sesamo, da frasi come
“Non voglio tornare a casa stanotte”,
e da quell’infelicità che palesa dicendo
“Non immaginavo che la vita a due fosse così complicata. Quando si è da soli non si deve rendere conto a nessuno, ma una volta che sei sposata, anche se fai del tuo meglio non basta.”
Le convenzioni sociali dell’epoca, rappresentate dalla padrona di casa di Su Li-zhen, fanno il resto, mantenendo i due in un romantico status quo, un limbo sentimentale che è prigionia e carezza.
C’è tutto in questo cult di struggente bellezza, un inno al romanticismo.
Quel delizioso cibo asiatico, quella continua cortina di fumo che oltre che di ravioli al vapore sa di alto tasso di umidità, di fumo di sigaretta e torbide relazioni.
Quella spiritualità tipicamente asiatica che risuona, come quella del compianto Kim Ki-duk ma in salsa ancor più quotidiana, come quella di Tiziano Terzani nei suoi libri, come quella della Cambogia finale dove Chow va a sussurrare il suo segreto.
Quelle opzioni, quelle possibilità di scelta che i due hanno – come noi tutti -, proposte con spezzoni che si ripetono, azioni reiterate con finali diversi.
E ancora: quelle gocce intense di pioggia che sanno di lacrime, quelle inquadrature zoomate che colgono ogni dettaglio e spiano il soggetto mettendo quella stessa distanza che c’è tra le due anime, quei ralenti di Su, ogni volta con un vestito diverso. E poi di nuovo il valzer, a cui si aggiunge un’altra perla musicale come Quizás, quizás, quizás di Nat King Cole. Chissà, chissà, chissà, se Chow e Su ce la faranno.
Che maestosa profondità in tutto questo. Quanta poesia.
Non a caso In the Mood for Love è un film d’altri tempi che racconta di tempi ancor precedenti, dove l’orologio a lancette che appare ogni tanto scandiva la realtà, senza virtualità.
Lode infinita al regista Wong Kar-wai per un film che colpevolmente non avevo ancora visto. Quanta struggente bellezza mi ero perso.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.



