FACTOTUM, BUKOWSKI IN VERSIONE CINEMATOGRAFICA

di Francesco Gori

Charles Bukowski in versione cinematografica nel film Factotum, del regista Bent Hamer (2005). Da vedere assolutamente per gli amanti del genere beat.

Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore statunitense – noto al grande pubblico anche per Post Office, per le raccolte di racconti come Storie di ordinaria follia, Musica per organi caldi e Compagno di sbronze, nonché per le numerose poesie – si narra la storia dell’alter ego di Bukowsky: Henry “Hank” Chinasky (Matt Dillon), ubriacone interessato ai pub, alle donne e ai cavalli, che passa da un lavoro all’altro, vive ai margini senza un soldo, scrivendo e tentando la strada del successo letterario.

La pellicola si apre con il protagonista al “lavoro” come corriere: alle prese con delle consegne non resiste al richiamo del pub e si ferma per un bicchiere; il capo lo rintraccia, vede la cassa frigo lasciata aperta e il suo dipendente che se la gode seduto, “Chinasky, sei licenziato!”, frase che risuonerà più volte all’orecchio dello spettatore. Sarà infatti l’inesistente voglia di lavorare uno dei must del film, Henry nonostante il bisogno non ci sente, e alcol, sesso e gioco sono le sue uniche necessità impellenti. La sua vita si incrocia con quella di Jan (Lili Taylor), donna alcolista come lui, che ben presto trasloca nel suo appartamento.

Henry è sempre il solito scansafatiche: dalla fabbrica di sottaceti, al magazzino di ricambi per biciclette, a quello di ganasce; significativa la scena in quest’ultimo, dove dopo pochi secondi dal lavoro affidatogli, Hank è a fumare da una finestrella, osservando la città e riflettendo sul suo mondo, “una poesia è una città piena di strade e di fogne, di santi, eroi, mendicanti, pazzi… una città in guerra, un negozio… pieno di ubriachi cinici…”. Sta qui il senso dell’uomo Chinasky: dietro la corazza di ubriaco, violento e superficiale sta l’anima di un poeta misantropo, ma pur sempre un poeta; un uomo paradossalmente più buono dei più accaniti lavoratori, sempre con il ghigno e il dito del giudizio pronto a sentenziare su cosa sia giusto o sbagliato. “Neanche avessi ammazzato qualcuno…” risponde al padre intollerante, provocandolo con proposte di “drink e pezzi di fica” di fronte alla madre amorevole, ma succube del consorte. Hank è un poveraccio ma anche un libero pensatore che “sceglie” (come ribadisce più volte) la sua vita, a differenza di altri. “Io vi ho dato il mio tempo … perché tu possa vivere nella tua bella casa…” dice al capo del magazzino di biciclette.

Tra fughe all’ippodromo per trovare i soldi per vivere e qualche racconto (“La mia anima gonfia di birra è più triste di tutti gli alberi di natale morti del mondo” uno di quelli citati nel film) racconto inviato a John Martin della rivista Black Sparrow, il rapporto con Jan risente dello stile di vita di entrambi e finisce: lo scrittore se ne va e durante una bevuta conosce Laura – la bella Marisa Tomei – campata da Pierre, un riccone contornato di ragazze senza soldi raccattate nei bar. Una storia rapida e senza senso, tipica del personaggio.

Henry decide così di rivedere Jan che lavora adesso in un hotel; i due tornano insieme ma ancora per poco, l’affetto che li lega è vero, ma i due non hanno l’equilibrio per sostenere la vita di stenti. Lei si mette con un riccone dell’ippodromo, lui prosegue tra la strada e i bar.

Matt Dillon è Bukowski in Factotum (elotrocine.cl)

Matt Dillon è strepitoso nel ruolo, ingrassato a dovere, col giusto grado di unto addosso e nelle espressioni. Pare che per la parte si sia letto molto dello scrittore americano: a quanto pare l’ha fatto benissimo.

Il lungometraggio rende bene l’idea del miserevole mondo della provincia americana e di quello interno del protagonista, Bukowski è il narratore del quotidiano per eccellenza, colui che descrive lo sporco del mondo con la consapevolezza di esserci dentro, di farne parte. La sua è una scelta personale, dettata dall’incapacità di rientrare negli schematismi che la società impone. Vive a metà tra tragedia e comicità, come confermato dalle numerose gag, con la forza di chi non molla mai, per inseguire un sogno, in questo caso la scrittura.

Splendido il monologo finale che racchiude il coraggio del bukowski-pensiero. “Se hai intenzione di provare, vai fino in fondo… potrebbe voler dire perdere la ragazza, la moglie, i parenti, il lavoro e forse anche la testa… potrebbe voler dire non mangiare per 3-4 giorni… gelare su una panchina del parco… la derisione, lo scherno, l’isolamento… l’isolamento è il premio… sarà meglio di qualunque cosa tu possa immaginare… Se hai intenzione di provare, vai fino in fondo…  sarai da solo con gli dei e il fuoco incendierà le tue notti, cavalcherai la tua vita verso una risata perfetta, è l’unica battaglia buona che ci sia…

Un inno alla libertà, con qualche bicchiere di troppo.

One Response

  1. asia 24/05/2012

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