di Alberto Giusti
Mohammed Merah era arrivato in Francia da piccolo, assieme alla famiglia, dall’Algeria, ex colonia tanto contesa e tanto discussa a cavallo degli anni ’50 e ’60. Aveva frequentato le scuole francesi, aveva lavorato in una città francese, Tolosa, ma probabilmente non si era mai integrato. Decise di partire per l’Afghanistan, dove incontrò estremisti islamici.
Ieri, a 23 anni, la sua vita si è conclusa, colpito a morte dal raid delle teste di cuoio nell’appartamento in cui si era nascosto.
Sospettato dell’assassinio di 3 bambini e un professore in una scuola ebraica di Tolosa, lunedì scorso, nonché di aver ucciso tre paracadutisti di origini magrebine a Montauban, poche settimane fa, Mohammed Merah si era dichiarato appartenente ad Al Qaeda. Aveva affermato di voler vendicare i bambini palestinesi e le azioni militari francesi in campo internazionale, ma ha fatto qualcosa di più. Qualcosa che cambierà il volto di un paese e inciderà sicuramente sulle vicine elezioni presidenziali.
La Francia è uno dei pochi stati europei in cui, dal 2001 ad oggi, non si era verificato alcun attentato di matrice islamica connesso all’escalation di violenza seguita all’11 settembre 2001, con le torri gemelle e l’invasione dell’Afghanistan. Il presidente Chirac si era successivamente opposto fermamente alla guerra in Iraq, forse evitando al suo paese gli attentati che di lì a poco avrebbero colpito Spagna (Madrid 2004) e Gran Bretagna (Londra 2005). Se la Francia non si è confrontata con il terrorismo internazionale, ha avuto però a che fare con le pesanti rivolte scoppiate nelle sue banlieues, le periferie delle metropoli, in particolare Parigi, un tempo abitate dagli operai delle grandi industrie, oggi dimore per milioni di nuovi francesi per cittadinanza, ma non sempre per cultura. Milioni di uomini e donne nati con la carta d’identità francese da genitori algerini, tunisini, marocchini, che in parte si sono assimilati, in parte sono rimasti distaccati dalla cultura autoctona, favorendo negli anni l’emersione di un movimento di estrema destra, il Front National di Le Pen, che della lotta all’immigrazione e al multiculturalismo ha fatto una delle sue bandiere e delle sue fortune.
Il Front National era arrivato al suo momento di massima notorietà quando alle elezioni presidenziali francesi del 2002 il suo leader aveva strappato il ballottaggio a Jaques Chirac, arrivando secondo al primo turno grazie all’estrema frammentazione delle sinistre d’oltralpe. Nonostante da allora il FN si sia indebolito e abbia dovuto attraversare il cambio della leadership col passaggio di consegne di Le Pen a sua figlia Marine, Nicolas Sarkozy lo ha sempre ritenuto un avversario dal quale guardarsi con attenzione, fin da quando, presidente Chirac, era ministro dell’interno. Con la sua presidenza non ha abbandonato la già testata strategia di contenimento a destra, basata su un’immagine di ordine e intransigenza, che potremmo comparare a quella che i partiti di destra italiani, Lega Nord e Alleanza Nazionale in primis, hanno sempre cercato di raffigurare. Sarkozy dunque ha spesso alzato i toni del conflitto, con iniziative legislative su velo e burqa, con dichiarazioni di fermezza nei confronti dei disordini delle banlieues, con la pseudo-chiusura della frontiera italiana pochi mesi fa: toni talvolta sopra le righe, e questa campagna elettorale non fa eccezione.
Pochi giorni fa il presidente francese, in un comizio, ha addirittura parlato di un’ipotetica uscita da Schengen per contrastare i flussi migratori. Una settimana dopo, l’attentato nella scuola di Tolosa.
La campagna elettorale è stata sospesa, ma gli effetti di un avvenimento del genere non possono essere fermati in alcun modo.
In primo luogo, si diffonde la consapevolezza che quest’uomo, se le accuse verranno confermate e sarà effettivamente considerato appartenente ad Al Qaeda, è un terrorista cresciuto in Francia, in mezzo alle sue istituzioni, la civilization française con lui non ha funzionato. E come lui potrebbero essercene altri: questo è l’argomento che può giocare per l’ordine, per l’intransigenza.
In secondo luogo, penetra un’idea diversa, meno immediata, che richiede una riflessione maggiore. Che il muro contro muro non funziona. Che l’esasperazione del laicismo francese non ha senso. Che l’intransigenza, senza il rispetto per chi sceglie una cultura diversa pur pagando le tasse allo stesso paese, è fine a se stessa. Che chiudere la porta non serve se il problema è in casa tua.
Il 22 aprile i francesi andranno a votare, il ballottaggio eventuale ma quasi certo è previsto per il 6 maggio. Chiunque venga eletto presidente, avrà una grossa responsabilità. Nessuno dei contendenti può esimersi dal far compiere questa riflessione ai propri elettori, non dopo ciò che è successo a Tolosa. L’integrazione non è assimilazione.



