CHI DICE DONNA DICE DANNO: PROVERBI E STEREOTIPI

di Valentina Castelli

Dice il saggio “Se le mogli fossero una bella cosa, Dio ne avrebbe una!”

Esiste, tra stereotipi di genere e violenza, una relazione doppia, in cui l’uno trae forza dall’altro. Da un lato gli stereotipi si legano alla violenza rendendola ammissibile, come una qualunque altra forma di comunicazione; dall’altro la violenza trae forza dallo stereotipo stesso, ispirandosi ad esso.

Ciò si rende evidente se proviamo a pensare a quali siano i contenuti della violenza, in particolare di tipo psicologico. Le umiliazioni, le offese, le critiche, la svalorizzazione, mirano al ruolo così com’è stato imposto. Gli attacchi mettono in dubbio la capacità di essere buone madri, buone amanti, buoni angeli del focolare, attingendo agli stereotipi di genere, i quali creano pericolose aspettative circa la donna, i suoi doveri e le sue condotte.

È possibile osservare da vicino la forza degli stereotipi analizzando semplici proverbi che, subdolamente, si mimetizzano fra la cultura di una società, diventando regole tacite alla base delle relazioni o, in questo caso, della visione della donna. In fondo i proverbi non sono altro che comportamenti reiterati sistematicamente che per la loro ripetitività diventano verità assolute, secondo la regola del “ciò che è frequente, è vero”.

Allargando lo sguardo si possono osservare più ampie applicazioni dello stereotipo che potremmo definire di relazione. La diretta conseguenza è una modalità di relazione disfunzionale, che ad esempio guarda alla gelosia e al possesso come indici di amore. La passione si lega quindi alla violenza in un’educazione emotiva e sentimentale scorretta. Chiamando in causa i nostri proverbi  potremmo dire “la gelosia scopre l’amore”.

Ci si potrebbe chiedere come sia possibile che, a dispetto di tanti cambiamenti, di tante conquiste, al di là della personale distanza che ognuno prende da stereotipi etichettati come “passati”, questi possano ancora sopravvivere, senza indebolirsi.

Nei progetti di prevenzione della violenza nelle scuole, si raccolgono agghiaccianti testimonianze e riflessioni di adolescenti la cui concezione di uomo, di donna, di relazione, non sembra affatto distante dallo stereotipo descritto. Da un lato la donna amabile, accudente, protettiva, dall’altro l’uomo forte, macho, coraggioso, cui è precluso l’accesso ad emozioni etichettate come femminili, un uomo a cui si vorrebbe impedire di provare paura.

Lo stereotipo diventa quindi una trappola che impedisce tanto agli uomini quanto alle donne di reinventarsi, suggerendo la presenza di una minaccia nei tentativi di distanziarsene.

Dice il proverbio: “La donna è come l’onda, se non ti sostiene, ti affonda”, “Donna iraconda mare senza sponda “, “In casa non c’è pace – se canta la gallina e il gallo tace”. Una donna che non ci sostiene, che si lascia andare alla rabbia (emozione maschile), che alza la testa, che addirittura inizia a parlare, ribalta ogni stereotipo e diventa pericolosa, almeno quanto un gallo che tace.

Esiste quindi un dover essere suggerito dagli stereotipi di genere ed esiste l’aspettativa che ognuno di noi ci si attenga.

Un ruolo centrale nel promuovere gli stereotipi e nel favorirne la trasmissione tra le generazioni è affidato senz’altro ai mass media. La pubblicità fornisce continui esempi di quello che significa essere una donna e ci offre, ancora una volta, possibilità di scelta assia limitanti.

La migliore proposta è un bipolarismo: da un lato la donna oggetto che sceglie di usare la bellezza come forma di potere e dall’altro la donna accudente e affidabile.

Dove si nascondono la terza, la quarta, la quinta possibilità? Davvero la nostra scelta si riduce a questo?

Forse non c’è ancora posto per una donna nuova, per un nuovo modello che non si limiti a riproporre ciò che è noto, quindi rassicurante.

Sono dunque tante le variablili che tengono in vita vecchie dinamiche e concettualizzazioni circa la violenza. Si pensi ad esempio al peso di una “cultura della mediazione”, tipica della nostra società, pericolosamente sminuente, che riduce la violenza ad un semplice conflitto, ad un fatto privato e la “protegge”, ingabbiandola pericolosamente tra le mura domestiche per salvare un bene prezioso: la famiglia. Questa responsabilità è affidata alla donna, alla sua omertà; donne che denunciano la loro condizione vengono invitate al silenzio per salvare la relazione e questo scoraggia i già difficili tentativi di uscire da relazioni violente.

Tale ottica lascia solo chi vive la violenza dall’interno e deresponsabilizza chi dall’esterno la ascolta, la intuisce, ne intravede i segni. In questo i proverbi diventano un valido alibi: “tra moglie e marito non mettere il dito”, “i panni sporchi si lavano in casa”.

Siamo davvero autorizzati a restarne fuori? La risposta è affermativa solo se ci lasciamo convincere che la violenza sia un fatto privato, se colludiamo con un’ottica di mediazione, se ci ostiniamo a ridurla ad un conflitto. È affermativa se ci focalizziamo su ciò che la violenza non è, negando l’unica verità capace di staccarsi dallo sfondo quando lo sterotipo cade e ci mostra la cruda realtà e cioè che la violenza è un reato e come tale non ammette giustificazioni, mai.

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