MONTI ALL’ESTERO, I TOPI BALLANO SULLA LEGGE ELETTORALE

di Alberto Giusti

Il presidente del consiglio Mario Monti in questi giorni si trova in Cina, e approfitta della lontananza per sparare simpatiche bordate ai partiti che sostengono il suo governo. “Se il paese non è pronto, il governo potrebbe anche non restare”. Traduci: se la riforma del lavoro che ho lasciato alle camere la ritrovo stravolta, vi divertite voi ad andare a votare, io non vedo l’ora di tornare alla Bocconi. “Il paese ha fiducia nel governo, meno nei partiti”. Traduci: dopotutto siete voi che mi volete qui, io faccio il lavoro sporco, ma almeno ho la faccia pulita, e se mi fate cadere finirete peggio dei partiti della prima repubblica.

I tre attori che tengono in piedi l’esecutivo hanno adottato una strategia comune per rispondere alle incursioni del tecnico più divertente mai messo al governo, e allo stesso tempo ognuno ha la sua per quando la telecamera lo inquadra da solo.

Alfano, Bersani, Casini e – nel riquadro – Monti (lavika.it)

Nell’immagine da cartolina, Casini, Bersani e Alfano indossano l’abito delle grandi occasioni. Hanno deciso di vestirsi della toga dei padri costituzionali: spiegano che taglieranno 200 parlamentari, faranno una nuova legge elettorale che renderà potere di scelta ai cittadini, e chissà quali altre meraviglie tireranno fuori dal cappello, sempreché almeno una arrivi in parlamento e venga approvata prima della prossima primavera, cosa di cui tutti dubitiamo.

Nell’album delle figurine invece, Alfano ormai tutte le volte che lo intervistano lo si sente dire solo “lavoro, lavoro, lavoro e lavoro”, insomma, l’importante è che di Rai e giustizia non si parli, che Silvio poi s’arrabbia, e poi questa riforma del lavoro è quanto la destra italiana programma ma non riesce a fare da 20 anni, di che altro dovremmo parlare se non del miglior successo conseguito senza avere nemmeno un ministro?

Casini invece, è il più forte di tutti. Pater patriae eccezionale, le sue frasi sembrano uscite da un salmo responsoriale, pronunciate con un’enfasi epocale: “si è chiesto alla politica di battere un colpo, la politica lo ha battuto”. Se qualcosa funziona in Italia dopo vent’anni di destra e di sinistra, è merito suo che ha creato il terzo polo insomma, anche se fino al 2006 andava con Silvio e fu Silvio a buttarlo fuori nel 2008, mica era andato via da solo. Lui è quello che tutti aspettavamo, l’uomo che può rifondare la balena bianca e farci trascorrere di nuovo tanti anni nel dolce sonno della tradizione e del trasformismo.

L’unico che proprio contento dell’azione del governo non è, e ogni tanto lo dice, è il povero Bersani. Bersani che chiede che ci sia l’accordo sulla riforma del lavoro, che punta a modificarla in parlamento, Bersani che deve ascoltare la Camusso e tirare le orecchie a Letta quando da buon vice dice il contrario di quello che dice lui. Ma la direzione del partito si è riunita e ha approvato all’unanimità la relazione del segretario, dandogli fiducia nella strada che ha preso. Come si dice, onore alla prima linea, che è quella che cade per prima. Forte della fiducia dei suoi, ha dato la risposta più dura a Monti: “o i politici e i tecnici convivono insieme, o prendono cazzotti gli uni e gli altri dal paese”. Si fa odiare dai fan dei tecnici, ma almeno fino alle amministrative non è dato sapere se ciò gli riporterà l’affetto di elettori disamorati. Riconosciamogli che la sua è una scommessa non da poco, sul suo partito e su se stesso.

Ma con Monti all’estero, è probabile che anche gli attori minori, quelli quasi scomparsi dai nostri telegiornali ma che un tempo possedevano una vis comica non da poco, ritrovino uno spazio vitale, e un tema in particolare in queste ore sembra averli lanciati al massimo sul palco della contestazione: la legge elettorale. Perché a quanto pare, la nuova legge sarà in parte un ritorno al passato, ma con degli accorgimenti dettati dall’esperienza. Si restituisce ai cittadini il potere di scelta dei parlamentari, ma senza preferenze: con i collegi, un po’ come dal 93-94 col mattarellum. E proprio come allora, ci sarà anche una quota proporzionale, più o meno grande, ipotizzabile fra il 25 e il 30%. Si dice che non ci sarà più obbligo di coalizione: dichiarazione fasulla perché un obbligo simile non c’è mai stato, c’erano semmai degli incentivi utilizzati dai partiti con un coordinamento strategico delle candidature nel 1994, 1996 e 2001, che rendevano inefficaci le spinte bipartitiche del maggioritario (ci si spartivano, in coalizione, i collegi sicuri, in modo che ognuno avesse la sua quota di seggi e potesse sopravvivere), mentre col porcellum nel 2006 l’incentivo fu di creare le più vaste coalizioni mai viste, che portarono ad un multipartitismo estremo con decine e decine di partiti in parlamento, e oltre dieci nel governo Prodi.

Questa nuova legge elettorale avrà anche un altro punto poco simpatico per i fratelli minori dei partiti italiani: una soglia di sbarramento da applicare nella parte proporzionale, presumibilmente non inferiore al 3%, e se si vorrà andare fino in fondo almeno del 5%.

Tralasciando l’indicazione del candidato premier sulla scheda, ennesima forzatura e distorsione della forma di governo parlamentare a costituzione invariata, la coppia collegi-soglia spaventa non poco diversi partiti, che in questi mesi si sono divertiti a fare i bastian contrari, tenendosi fuori dal governo, e ora ne pagano le conseguenze, oppure, non stando nemmeno in parlamento, si sono permessi di giudicare la politica nazionale con la tranquillità di chi non ne può avere la responsabilità, e ora il loro ingresso in parlamento potrebbe non avvenire mai, o arrivare con molta meno gloria di quanto si aspettassero.

Questo perché i collegi non perdonano, specie se a turno unico, come in Gran Bretagna. Chi arriva prima vince e non si torna indietro. Si prende solo il 30%? Il 25%? Il 20%? Non importa, chi arriva primo vince il seggio in palio, ed è facile capire che per i partiti maggiori arrivare primi è più semplice, nella maggior parte dei collegi. L’effetto di questo sistema è che col passare degli anni e delle tornate elettorali, i militanti dei partiti più piccoli hanno forti disincentivi a continuare la loro carriera dentro di essi: se vogliono avanzare, se vogliono avere speranze di essere eletti, devono entrare nei partiti maggiori. Resterà loro soltanto la parte proporzionale, posto il superamento della soglia, e un non ancora specificato “diritto di tribuna”, probabilmente insufficiente a influire in maniera consistente sulle sorti del governo.

Così l’Italia dei Valori, Sinistra Ecologia e Libertà, la Federazione della Sinistra, il Movimento 5 Stelle vedono calare le loro possibilità di ritorno o ingresso in aula, e tutti in questi giorni dichiarano che una simile legge elettorale è inammissibile. Verrebbe da dire: non prendersi la responsabilità di salvare il paese significa anche non avere nemmeno una fetta di torta. Chi si è preso sulle spalle il peso delle riforme che nessuno vuole, ora crea la propria assicurazione sulla vita. Possiamo davvero dargli torto?

Gli unici che sotto sotto ridono, sono i leghisti. Perché loro, coi collegi, ci sono sempre andati a nozze. Chi può togliere loro la forza di vincere nel nord est e in tanti collegi lombardi? Nessuno. L’unico timore dei leghisti può essere quello di non tornare al governo per molto, molto tempo, che può fortemente scoraggiare i loro elettori, fortemente pragmatici.

Per l’ennesima volta, nel 2013, le elezioni saranno caratterizzate da un nuovo stravolgimento delle alleanze, delle coalizioni, dei partiti in gioco. Ma con una simile riforma elettorale, se accompagnata da una riforma costituzionale, potrebbe essere l’ultima volta. Potrebbe iniziare, stavolta per davvero, la seconda repubblica.

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