di Gianluca Bonazzi
Quell’”uomo che cammina” è il sottoscritto che, agendo come guida al Museo Bosco delle Cose Ettore Guatelli, cerca di fare suo, per trapiantarlo, il linguaggio culturale di un’Italia che da contadina stava trasformandosi in industriale: un insieme di conoscenze, tradizioni, racconti e quant’altro, per il quale oggi non è fondamentale tramandare tutto, ma stimolare il senso di una vera riflessione sul concetto di cambiamento della società.
Credo che si debba accorciare l’attività del ricordare, tra l’esercizio dello stesso e la vita vissuta. L’albero della memoria, un albero non come tutti gli altri, dovrebbe servire a questo. È dappertutto come in nessun luogo; in realtà può stare solo dentro ognuno di noi.
Quindi è un albero che si sente, non che si vede, perché ognuno di noi si porta dentro un insieme multicolore di personaggi, conoscenze, tradizioni, vicende e quant’altro di vissuto.
E più sono quelli che lo sentono, più possono avvertire che c’è pure l’albero della memoria di una comunità, o meglio tanti alberi, sintomo di una memoria plurale, non necessariamente condivisa, ma di pari dignità per tutti. Questa specie di alberi ha radici antichissime e può svilupparsi all’ infinito, perché è nata quando è nato l’uomo e morirà con esso: un albero che ci precede e ci supera.
Purtroppo oggi è più che mai a rischio di estinzione, sbattuto da ogni parte dal vento della modernità, e per qualsiasi persona è sempre più difficile avvertirne la presenza; anche la stessa memoria della quotidianità può essere fagocitata. Credo pure che il problema di una memoria che si va disgregando sia legato al fatto di quanto tempo dobbiamo dedicare allo spostamento: molti di noi non hanno più un punto di riferimento fisico, come poteva essere una volta la casa, la parrocchia, la sede dei partiti, di lavoro, o altro di simile; una sorta di centro relativamente concentrato di “cose” attorno al quale far ruotare la propria vita.
L’unico centro che ci è rimasto e che coagula una buona parte dell’umanità e del mondo, dentro e fuori di esso, è l’oggetto televisivo. In un certo qual modo, appare come l’antico focolare: le luci e i colori hanno sostituito il fuoco, e i vari personaggi che si vedono nello schermo i vecchi cantastorie di una volta. Ciò che lo distingue è il carattere di unidirezionalità verso lo spettatore, e il fatto che la vita, nei suoi vari aspetti, viene fagocitata, sminuzzata, resa omogenea e appiattita da tale strumento, e poi ributtata fuori come un polpettone senza sapore: la pubblicità di una marca di pannolini può interrompere un programma sulla guerra in Irak! Quello che avviene al suo interno è la creazione continua di un magico affresco semovente, capace di raccontare la contemporaneità, ma in un modo che è sempre squilibrato.
Qualcuno dice che basta non guardarla: questa affermazione è inutile, banale e soprattutto dannosa. Infatti bisogna capire che tutto il mondo, da quello politico a quello economico a quello culturale, ecc., con tutti i loro apparati, si è uniformato ad esso per essere visibile, tanto che si può dire che l’attuale idea di democrazia planetaria, un’invenzione linguistica, tanto fascinosa quanto virtuale, ha nella televisione il suo braccio fintamente rassicurante. Quindi tutti, anche quelli che non guardano la TV, devono confrontarsi con i germi di un linguaggio e di un’estetica contaminati da essa.
È interessante notare che nella società contadina dei nostri nonni c’era il desiderio di sperare in un futuro migliore, senza però dimenticare di tramandare un sistema di valori antichi che consentiva di sopravvivere al meglio. Oggi si può pensare che per noi la precarietà sia l’orizzonte più distinto, non solo quello rivolto al domani, ma anche all’oggi stesso, che ci procura paure diverse, anche irrazionali.
Disturbi e fastidi di varia natura quindi, ma non comprensibili, mascherano perfettamente quello che coviamo nel profondo, una sorta di orizzonte ideale rappresentato dal richiamo delle radici lontane, nel tempo e nello spazio. Poi, col trascorrere del tempo e col crearsi di certe particolari circostanze, quei malori, divenendo sempre più forti, arrivano perfino a bussare senza ritegno al nostro animo per chiederci: “E allora?”.
Questa è la condizione di persone di una bella fascia di mezzo, che stanno come sospese e incerte, tra il tempo della terra e quello dei numeri. Io mi sento uno di loro, perché ho potuto ascoltare storie di terre lavorate, quando il senso del tempo era ciclico come una ruota. Gli esseri umani, chini sulla terra a lavorare quasi tutto il giorno, stavano come al centro della natura e potevano assorbirne i ritmi: i cicli degli anni, delle stagioni, dei giorni e delle notti, dalla nascita alla morte.
Il loro era una sorta di inconsapevole percorso iniziatico: come tutti i viaggi, dolorosi e senza didattica, insegnava a vivere, nel senso di poterne comprendere i significati più reconditi. Per i patriarchi e per le loro matrone, perché così vanno chiamati coloro che hanno speso una vita fatta di fatiche fisiche e di conquiste civili, l’albero della memoria non era un principio astratto e visionario, come lo è per me adesso, ma rientrava nell’ordine delle cose che fluivano naturalmente, e quindi veniva facilmente assorbito.
Quelli che ritengo i tre fondamentali aspetti della vita di una persona:
– la memoria, quello che siamo stati, che abbiamo fatto, vissuto, ecc.;
– l’ identità, ciò che siamo, profondamente legata ad essa;
– il paesaggio, il contesto in cui viviamo;
nella società contadina erano più intrecciati, in parte consapevolmente vissuti e, attraverso il racconto, tramandati. La modernità invece è fatta solo di un eterno presente materico, che ci anestetizza, senza passato e senza futuro, dominato dai numeri dell’economia che plasmano tutta la nostra vita, rendendo noi stessi dei numeri.
Credo che la lacerazione di suddetto legame sia il motivo essenziale della crisi dell’uomo occidentale moderno. Quindi mi chiedo se ascolterò ancora delle storie, soprattutto quelle storie, quando invece, in nome dell’economia, potrebbe essere più conveniente addirittura non lavorare alcuna terra, e quindi veder solo aumentare il peso dei ricordi, sbiaditi e lontani. L’albero della memoria oggi per diverse persone è solo un intralcio sulla via del progresso, che scambia più o meno volutamente per nostalgia del passato l’invito a riflettere sui cambiamenti della nostra società. Invece per me ritrovarlo ha significato cominciare a vivere con quella convinzione che non ho mai avuta prima, perché mi ha consentito di rimettere insieme i fili spezzati del mio passato e del mio presente, per guardar meglio nel futuro.



