di Emiliano Morozzi
Nell’immaginario collettivo moderno, l’aggettivo “schierato” è sinonimo di faziosità, di scarsa onestà intellettuale, di mistificazione delle notizie ad uso e consumo della propria platea adorante di lettori. Questa associazione vale in maniera particolare nel mondo del giornalismo, dove a dare il cattivo esempio hanno contribuito da una parte i giornali di partito, dall’altra sedicenti quotidiani “indipendenti” che si sono appiattiti su linee editoriali imposte dall’alto.
Ci sono però alcune eccezioni da ricordare, e una di queste è rappresentata dall’avventura del “Manifesto”, un quotidiano che sopravvive da oltre quarant’anni in questa palude, ma che oggi rischia seriamente la chiusura, per la crisi generale del settore, per la concorrenza di certi quotidiani rampanti, ma soprattutto per i pesanti tagli governativi all’editoria.
In questa rivista mensile, diventata poi quotidiano, la dichiarata appartenenza politica va a braccetto con la sostanziale indipendenza dai partiti politici di riferimento: nato da una costola del Pci, da membri che criticavano la posizione del partito sulla rivolta di Praga del 1968, il Manifesto (che sotto il titolo porta orgogliosamente la scritta “Quotidiano Comunista”) ha sempre mantenuto una sua coerenza, sia nella linea editoriale che nello stile del giornale. Posizionato alla sinistra del Pci, anche dopo la caduta del muro di Berlino il giornale fondato da Luigi Pintor e Rossana Rossanda ha continuato a schierarsi su posizioni radicali di sinistra, evitando di aumentare la tiratura con la cronaca, ma puntando invece i riflettori sull’analisi e sull’attenzione verso tematiche snobbate dai quotidiani maggiori.
Il Manifesto non è sceso a compromessi, a costo di diventare su certi argomenti un giornale molto di nicchia, a costo di subire la concorrenza di quotidiani rampanti di recente fondazione che pescano i propri lettori nello stesso bacino di utenza, a costo di insistere in maniera forse ossessiva su certe tematiche (lo spazio riservato alle notizie dal Chiapas, quando andai a fare lo stage nella redazione romana nell’inverno del 1998). Se questa coerenza ha avuto un prezzo da pagare, ha anche portato il giornale a sopravvivere per tutto questo tempo senza essere spazzato via come i giornali di partito: finita la manna dei finanziamenti pubblici, questi ultimi sono scomparsi, mentre il Manifesto è sopravvissuto in virtù della propria indipendenza. L’autonomia dalle posizioni dei partiti è sempre stata una caratteristica fondamentale del Manifesto: il giornale è retto da una cooperativa e anche la vita della redazione si svolge all’insegna della democrazia. La riunione di redazione che decide le pagine del giorno dopo non è una “messa cantata” come avviene nei grandi giornali, ma una vera e propria assemblea, dove le decisioni vengono prese in maniera collettiva, e scrivo questo non per sentito dire, ma perché vi ho assistito personalmente durante il mio periodo di stage. Un segreto che invece viene custodito gelosamente come la formula della Coca Cola è quello legato alle prime pagine del giornale: nonostante tutte le domande, non sono riuscito mai a capire chi fosse l’autore di quegli accostamenti geniali tra immagini e parole che hanno fatto la storia del giornale; da ricordare tra le tante, il “Pastore Tedesco”, un pastore di anime come dovrebbe essere il Papa, che diventa invece con questo gioco di parole cane da guardia dei valori più arretrati del cattolicesimo. Questo giornale, oggi, rischia di non sopravvivere alla crisi, ma voglio pensare che anche stavolta riuscirà a salvarsi dall’estinzione: nel panorama politico e giornalistico odierno, peserebbe troppo l’assenza di un quotidiano veramente indipendente e capace di parlare di tematiche sociali che spesso vengono volutamente dimenticate.
Ho scritto così quella che qualcuno potrebbe considerare una “marchetta”: perché vorrei che nel suo piccolo, ogni lettore di questo blog contribuisse a mantenere in vita questo giornale, che rappresenta un pezzo di storia del giornalismo ma anche un piccolo pezzo di storia personale, con quei tre articoli firmati che conservo gelosamente in ricordo di quella settimana di stage che per me è stata un’esperienza davvero formativa per capire come si fa giornalismo.



