di Claudia Boddi
Si moltiplica in maniera esponenziale il fenomeno relativo all’immigrazione clandestina in Italia. Negli ultimi anni, infatti, sono sempre di più coloro i quali approdano nel nostro paese in cerca di “fortuna” e che vedono questa illusione infrangersi velocemente contro l’inclemente muro della realtà, fatto di scarse ricchezze e opportunità, latitanti senso di accoglienza e ospitalità, e non poche barriere nei confronti della diversità, in qualsiasi forma si manifesti (tratti somatici, lingua o religione).
Ciclicamente, l’onda lunga della cronaca ci ricorda che sulle nostre coste arrivano barconi che a malapena galleggiano, che affrontano il mare grosso senza gli ausili necessari e che traghettano da Algeria, Marocco o Etiopia folti gruppi di esseri umani – a volte intere generazioni o famiglie – ridotti in condizioni disumane, costretti, per tutto il tragitto, ai limiti della sopravvivenza psicofisica e gomito a gomito con la morte. Stati sviluppati che godono di un livello di benessere sempre maggiore si collocano, sulla forbice economica, in posizioni sempre più lontane da quelle degli stati in via di sviluppo che vivono quotidianamente dentro la miseria, la fame e, in molti casi, guerre giustificate, a vario titolo, dall’istituzione predominante.
Molto toccante ed esemplificativa, senza clamori o miele inutile, è l’esperienza, realmente vissuta e raccontata in un libro, da Enaiatollah Akbari, ragazzo afgano che oggi vive a Torino, obbligato a lasciare il proprio paese perché perseguitato dai pashtun. In Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari, di Fabio Geda, edito da Baldini Castoldi, viene narrata la storia di un bambino di (si suppone) dieci anni che costituisce il risarcimento del danno subìto dai proprietari delle merci per cui il padre – derubato e ucciso – lavorava. Salvato da un tragico atto di amore della madre che un giorno lo accompagna in Pakistan, gli fa promettere che sarà una persona per bene e lo lascia solo, e Enaiatollah conoscerà precocemente il significato della responsabilità di essere adulto. Attraverso varie peripezie, toccando paesi come l’Iran, la Turchia e l’Italia, alla fine troverà un posto sicuro dove poter vivere la sua esistenza.
Il “sogno italiano” spesso crolla sotto le logiche delle cellule criminali organizzate, anche a livello internazionale, che predispongono i “viaggi della speranza”. Lucrando sulla disperazione di persone che si ritrovano senza neanche un motivo valido per rimanere nella loro terra di origine, le associazioni malavitose attivano meccanismi capillari che si estendono e proliferano anche nei paesi di destinazione. Anche i “trafficati” spesso si ritrovano protagonisti di queste dinamiche delinquenziali e scivolano nel sostrato dell’illegalità che li porta diretti nel mondo della prostituzione, del lavoro nero, dell’accattonaggio o dello spaccio di droga.
In Italia, in questi anni, non c’è mai stata una legge che abbia regolamentato, in modo efficiente ed efficace, l’ingresso in massa degli immigrati nel nostro territorio. Sono in vigore misure non adatte a risolvere il problema in maniera dignitosa: in momenti particolarmente caldi e di allarme, vengono varati decreti emergenziali che fungono – e neanche sempre – solo da tampone temporaneo per una situazione uscita fuori dal controllo, ma non gettano nessuna base sostanziale sulla quale istituire il cambiamento.
Oltre che una politica orientata, contemporaneamente, ai principi della legalità e a quelli dell’ospitalità, la rivoluzione copernicana dovrebbe cogliere il pensiero e riassumere in sé, ad un tempo, gli ideali della sicurezza e della solidarietà, affinché quella che a oggi è una ferita sociale possa, a poco a poco, prendere aria, ripulirsi e trasformarsi in risorsa.



