di Valentina Castelli
Bisogni primari o secondari?
Quando in psicologia si parla di motivazione, la si definisce come una spinta che orienta l’organismo verso un’azione finalizzata al raggiungimento di un determinato obiettivo. La motivazione rappresenta quindi ciò che attiva l’azione, ma anche ciò che le dà una specifica direzione. Si può distinguere la motivazione in primaria e secondaria. Quella primaria è strettamente legata ai meccanismi fisiologici coinvolti nella sopravvivenza, quella secondaria è invece governata da meccanismi cognitivo-affettivi che muovono il comportamento umano verso condotte di tipo sociale.
Coerentemente con la riflessione che questo articolo aspira a sollevare, vorrei citare tra gli studiosi della motivazione Abraham Maslow, il quale traduce in un’immagine il processo motivazionale, raffigurandolo come una piramide che ci permette di classificare i bisogni in base alla loro distanza dalla base, dove si collocano i bisogni fisiologici primari, quindi legati alla sopravvivenza.
A giudicare dalla classificazione di Maslow i bisogni complessi non nascono quindi con l’uomo, ma si formano via via che si assiste ad una complessificazione del suo sistema.
Una caratteristica fondamentale della teoria descritta è l’idea di una propedeuticità dei bisogni: la soddisfazione di quelli primari è una condizione necessaria perché si sviluppino bisogni più complessi. Inoltre, un bisogno insoddisfatto, concentra le energie motivazionali entro condotte atte a soddisfare quel bisogno, non accedendo ai bisogni superiori nella scala.
La teoria di Maslow diventa a mio avviso intessante in un momento storico come questo.
Oggi l’uomo vive un forte senso di frustrazione dovuto all’impossibilità di soddisfare quei bisogni che, come precisato prima, non sono innati, ma appresi, a volte imposti o semplicemente suggeriti dal contesto sociale e dall’epoca storica. Via via che la crisi avanza ci vediamo costretti ad accantonare il superfluo e più selezioniamo più ci accorgiamo che di necessario c’è davvero poco, non perché siano cambiate le cose in sé, è piuttosto la nostra percezione che cambia e ci costringe a rivedere l’importanza delle cose. Il modo in cui giudichiamo qualcosa come importante o meno, dipende dalla sua distanza dal primo gradino della piramide. Quello che ci chiediamo per operare tale selezione è quanto la realizzazione di un bisogno o il raggiungimento di un dato obiettivo sia legato alla nostra sopravvivenza in senso stretto.
La mia domanda/provocazione invece è la seguente: quanto di negativo c’è nella rinuncia a bisogni secondari?
Se da un lato i gradini della piramide collocati al di sopra della sopravvivenza, della protezione e dell’appartenenza, racchiudono quei bisogni che ci diversificano dalla specie animale (bisogni di stima, autorealizzazione, indipendenza, riconoscimento delle proprie competenze), dall’altro lato l’attuale tendenza ad orientarsi verso l’essenza può rappresentare un valore aggiunto e accrescere il contatto con la parte più primitiva e viscerale di sè.
Forse i livelli di abbrutimento raggiunti dall’uomo, la sua violenza, la slealtà, l’egoismo che caratterizzano la nostra specie a dispetto della complessificazione dei suoi bisogni, potrebbe mettere in dubbio l’idea che la diversità tra uomo e animale sia necessarimente un valore.
Possiamo davvero guardare con fierezza a questa diversità? E soprattutto: quando l’uomo “migliora”? Quanto più si allontana o quanto più si avvicina all’animale?



Bell’articolo. Conosco la teoria dei bisogni di Maslow, contestata da quella frangia di psicologi che si accaniscono nel voler trasformare la psicologia in scienza (la contestazione è legata al fatto che le riflessiioni di Maslow non sono sostenute da prove sperimentali… come se il mistero della psiche umana possa essere trattato alla stregua di un esame del sangue… trovo questo approccio aberrante e lontano ‘spazi siderali’ dalla profondità di lettura dell’uomo fatta da C.G.Jung e da coloro che hanno cercato di trovare vie nuove alla comprensione del mondo interiore dell’essere umano). Ma ancora di più è la domanda finale che centra, a mio parere, l’essenza stessa del problema del disagio umano. Da amante degli animali e dall’insegnamento profondo che da essi colgo ogni giorno, so che è nella capacità di spogliarsi dai bisogni indotti (bulimici e condizionati da una cultura prevaricatoria e incapace di colmare i vuoti dell’anima) la strada per ri-trovare quella dimensione della felicità perduta che ti ricollega al corpo e ai suoi bisogni di accoglimento, amore, dolcezza e benessere.
Ho sempre pensato all’incantesimo della Circe omerica, che trasformava gli uomini in maiali, come a un favore che faceva loro. Certo, per l’uomo greco, per cui il centro del cosmo era il “logos”, la ragione, la riduzione alla condizione di animale era un degradarsi, un perdere la capacità di dire “io”. Che peraltro è fondamentale.
Ma in un mondo in cui questo “io” è diventato un Ego ipertrofico e per lo meno altrettanto vuoto del mondo dall’uomo stesso depredato delle sue risorse naturali, questa riduzione allo stato animale mi suona come una sfida positiva, un ritorno alle radici da cui tutti, anche con il tablet in tasca, dipendiamo.
Significa recuperare la consapevolezza del cosmo a cui apparteniamo. E non dimentichiamo che “kosmos” in origine significa “ordine”. Un ordine che è “nelle” cose, e del quale il nostro logos è compartecipe, non padrone.
nn ho capito nnt