di Alberto Giusti
Lunedì 23 aprile, a spoglio terminato in Francia, le borse europee sono andate in caduta libera. La vittoria al primo turno di François Hollande, con le sue promesse di tassazione sugli alti redditi e la sua linea meno di rigore, più di crescita, ha seminato il panico fra gli investitori, che a colpi di vendite hanno fatto capire di non digerire molto il risultato elettorale d’oltralpe. Siamo dunque al punto in cui le borse dovrebbero spaventare un popolo che esercita i propri diritti politici? Se così è, è giunto il momento che la battaglia fra Stati europei e Capitali finanziari si combatta senza esclusione di colpi da entrambe le parti, non più solo con fantomatici scudi, ma con le armi pesanti anche da parte dei governi democratici. Con una più ferrea regolamentazione e una tassazione strategica sui mercati finanziari. Oppure, si può scegliere la via della crescita, come invocato ormai da ogni parte dopo la vittoria di Hollande.
Il primato socialista al primo turno francese sembra in questo senso aver dato una scossa forte alla politica e alla tecnocrazia europea. In Italia, hanno fatto scalpore gli esponenti del Pdl, a partire da Tremonti, pronti a salire sul carro del vincitore dichiarando la propria opinione “in funzione anti-Merkel”. Come se Sarkozy, 5 anni fa, dopo la vittoria, non avesse subito telefonato a Berlusconi, nonostante allora al governo ci fosse Prodi. Contemporaneamente, Mario Draghi, da Francoforte, ha dichiarato che il rigore attraverso l’esclusiva imposizione fiscale non può risanare i conti pubblici, e che occorre puntare alla crescita, “bacchettando” un po’ il nostro Mario Monti.
È in realtà la Germania a dare i segnali più importanti: i dati sulla produzione manifatturiera infatti non sono così confortanti e frau Merkel, dopo aver appoggiato in ogni modo Sarkozy esponendosi in prima persona, si rende conto che il collega sta pagando le scelte fatte da lei, e che presto o tardi il conto le sarà presentato anche in Germania. C’è stata così una netta inversione di tendenza, proprio il 25 aprile, tanto che i giornali titolano “asse Roma-Berlino per la crescita”. Merkel e Monti si sarebbero insomma finalmente messi di buona lena a riflettere su di un’attenuazione del rigore e un rilancio dell’economia. Certamente, l’incalzante campagna di Hollande fa tornare a galla le idee cassate dai tedeschi fino a pochi mesi fa, in prima battuta gli Eurobond.
Ci sono due appuntamenti importanti nell’Europa dell’euro che accompagneranno il secondo turno delle presidenziali francesi (e il primo turno delle amministrative italiane), e che potranno dare un segnale forte a questo dibattito sul futuro economico del continente.
Il 6 maggio infatti, si vota in Grecia. Il paese affondato dai mercati finanziari, distrutto dalla crisi e incatenato dalla troika Bce-Ue-Fmi. Se abbiamo avuto timore dell’esplosione del Front National in Francia, a maggior ragione potremmo avere sorprese anti-sistema in Grecia, che con questo voto, in qualche modo, dichiarerà anche la sua volontà di rimanere in Europa o meno.
Il 13 maggio si vota in Nordreno-Westfalia, il lander tedesco più popoloso, con quasi 18 milioni di abitanti, più degli 11 milioni della Grecia. Il segnale che verrà da questi tedeschi sarà emblematico per giudicare l’operato della cancelliera in questa fase, e soprattutto per verificare se in Europa stiamo davvero voltando pagina.
Ai popoli europei, abbattuti dalla crisi, rimangono i diritti politici. Basteranno a far muovere i governi alla sfida coi mercati?



Analisi molto pertinente. Sono pienamente d’accordo.