LA PRECARIETÀ COME RISORSA, ASPETTANDO GODOT

di Valentina Castelli

Canta Claudio Lolli: “Vivere costa fatica, quando la vita è tutti i giorni uguale”Oggi come oggi, paradossalmente, una posizione del genere potrebbe costargli una serie di accuse di vicinanza al “mondo dei banchieri“. Se provassimo però ad analizzare il significato di tale affermazione, magari in pochi potrebbero contraddire il cantautore emiliano.

Forse nella ricerca spasmodica della stabilità abbiamo dimenticato quale sia la meta. Il premio tutto sommato è fatto di abitudine, ripetitività e alla lunga di monotonia. Forse intendeva dire questo Mario Monti con: “Il posto fisso è noioso”. E allora proviamo a vedere l’incertezza lavorativa da un’altra prospettiva, “aspettando Godot” nel frattempo.

Questo articolo non ha bandiere di partito, ma vuole essere una riflessione sull’esperienza della precarietà vissuta in prima persona. Ho impiegato un po’ a capire perché non mi fossi sentita offesa dalle parole del professore. Oggi intuisco che il motivo è che in quelle parole ci ritrovo una paura ben più grande della precarietà, che è la paura dell’abitudine. Ad un certo punto della mia ricerca costante, affannata della stabilità mi sono fermata a pensare e mi sono chiesta quanto questo anelarla rispondesse realmente ad un mio bisogno. Forse oggi la ricerca della felicità non coincide più solo con la ricerca della stabilità; forse quest’ultima è un bisogno ereditato dalle generazioni precedenti, le quali hanno sviluppato bisogni adeguati alle loro possibilità. Non è rischioso, quindi, fare propri bisogni altrui e tentare di soffisfarli ciecamente, senza accorgersi che le possibilità di soddisfarli per come si presentano oggi sono minime? Il risultato finale di continui insuccessi non è  forse un forte senso di frustrazione?

Nel mio piccolo ho provato ad approfondire la questione. Ho scoperto che la stabilità mi fa paura. Che il posto fisso, soprattutto in un’epoca come questa, in cui pochi riescono a vivere di ciò che gli piace davvero, potrebbe trasformarsi in una galera dalla quale uscire sarebbe impossibile vista la morsa in cui siamo costretti.

Probabilmente se avessi trovato il fatidico posto fisso immediatamente alla fine della mia carriera universitaria, ad oggi avrei fatto un quarto delle esperienze, stretto un quinto delle mie relazioni professionali e non, ma soprattutto non mi sarei lasciata il tempo di capire quale fosse il mio posto nel mondo. Avrei dato per scontata la corrispondenza tra i sogni di una ragazzina e i desideri di un’adulta, rinunciando in partenza a sperimentarmi, negandomi la possibilità di scoprire altre “me”.

Rivisitare la precarietà come una risorsa è possibile, ma solo laddove chi ci chiede di rinunciare alla stabilità ci offre una valida alternativa. Una flessibilità tutelata, organizzata, a ciclo continuo in cui il cambiamento non faccia paura, in cui non sorga costantemente il dubbio che qualcuno stia cercando di fregarci o che qualche “commensale” invisibile stia speculando sulla nostra instabilità traendone vantaggio.

Immaginando un paese in cui la precairietà e la flessibilità siano vivibili dignitosamente, ho scoperto che questi possono diventare una risorsa, perché il cambiamento è sempre un arricchimento.

One Response

  1. Emiliano 10/05/2012

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