I capolavori della pittura a Genova: Van Gogh, Gaugain, Monet, Friedrich, Turner

di Nicola Pucci

Alcune settimane fa sono stato a Genova per la mostraVan Gogh e il viaggio di Gauguin”. Il Palazzo Ducale, con la sua maestosità neoclassica, ha fatto da cornice a un’esposizione mirabile, che ha partorito in me vibrazioni rare di fronte a questi capolavori della pittura.

Cercherò qui di farle parlare, per quanto sia possibile trascrivere le emozioni.

Il mietitore (Vincent Van Gogh) – lnx.whipart.it

Capolavori della pittura

Due titani della pittura, che non avrò bisogno di presentare. Insieme a loro, e lo scoprirete se avrete la pazienza di leggere queste poche righe, altri nomi blasonati e alcune piacevoli sorprese. Ho accennato in principio al viaggio di Gauguin. Mi correggo: personalizzo il contenuto della mostra e lo trasformo in un percorso a tre tempi.

Viaggio numero 1, il mio

Intenditore no di certo, sensibile al richiamo della pittura assolutamente sì. Lo battezzo “a spasso con i capolavori”. Febbrilmente mi sono spostato per le 11 sale espositive e ho ammirato, in un crescendo rossiniano, il Giorgio Morandi che in apertura – nella camera in cui Van Gogh attendeva l’amico Gauguin – mi ha ricordato quanto carichi di delicata bellezza potessero essere i suoi paesaggi e di cui noi, sorpresa!, avevamo parlato non troppo tempo fa.

Trovarlo a fianco di “Scarpe” di Van Gogh, non lo nego, ha prodotto in me una sorta di soddisfazione inattesa. In successione mi imbatto in Caspar Friedrich, tra i preferiti del mio amico Francesco Gori, che apprezzerà la citazione che faccio dell’inquieto senso di sospensione dell’anima trasmesso dal “Barca sull’Elba nella nebbia del primo mattino”: opera che mi tocca in profondità. Prima di lui faccio conoscenza con la suggestione di stampo americano, “Tra le montagne” di Albert Bierstadt; dopo di lui William Turner, “Marina con tempesta in arrivo”. E poi il freddo della morte con cui Wyeth ci coglie con “La mattina di Natale”, e ancora Rothko, Hopper che ci riconcilia con la speranza con “Sole del mattino”… C’è qualità, veramente tanta.

Viaggio numero 2, esistenziale

 Silenzio e luci spente, entro in sala 4 ed ecco il fiore all’occhiello della mostra. Benvenuti chez Gauguin: da Tahiti, via Museum of Fine Art di Boston, che concede in prestito l’opera per la quarta volta in poco più di cento anni, uno dei massimi capolavori della pittura moderna. “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”.

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?  (Paul Gauguin) – agiamo.ilcannocchiale.it

 

 

La sindrome di Stendhal, eccola qua, con tutta la sua forza che s’impadronisce di te e minaccia il tuo equilibrio. Ho la pelle d’oca, devo fermarmi, e lo farò per molti minuti.

La storia di questa tela di dimensioni clamorose, 4 metri di larghezza per 1,5 di altezza, la conoscono tutti. Gauguin, a Tahiti, viene raggiunto dalla notizia della tragica morte dell’amata figlia Aline.

Siamo nel 1897 e l’artista, travolto dalla disperazione, oltre che malato di cuore, progetta l’opera per accomiatarsi dalla vita. A dicembre il quadro è terminato, il successivo tentativo di suicidio non riesce, ma del periodo rimane questa meraviglia tra le meraviglie. La osservo con ingordigia, quasi con lussuria; vorrei toccarla, per quanto è sensuale; vorrei annusarne i colori, per quanto profumano di perfezione; vorrei entrare in lei, per confondermi con le figure che simboleggiano la parabola dell’esistenza umana. Da destra a sinistra, vedo il neonato che si affaccia al mistero della vita; due porporate si stringono tra loro dubbiose sul destino che le attende; in primo piano si tenta di cogliere i doni che la vita sarà generosa nell’offrirci. Il tracciato giunge a compimento con l’angosciata figura che chiude la tela, l’epilogo terreno lascia spazio all’incertezza del dopo. Su tutto e su tutti, insensibile alle vicende umane, ma che c’è e propaga armonia, la natura.

La testa gira ancora. La frequenza cardiaca tarda a regolarizzare il ritmo. Non faccio in tempo ad ammortizzare le emozioni, vado oltre e chi trovo? Il padre dell’impressionismo, il capostipite del plein air, Claude Monet. Mea culpa, non avevo ripassato la lezione, e l’incrocio con lui, uno dei miei prediletti, ha il sapore dolce di un graditissimo regalo. “Lo stagno delle ninfee e ponte giapponese”, qualcosa di assolutamente memorabile.

Lo stagno delle ninfee e il ponte giapponese (Claude Monet) – www.beniculturali.it

L’osservi da vicino: sembrano spruzzate di colori sovrapposti, anzi lo sono, ma allontanandosi si dissolvono per lasciar prendere forma al capolavoro. Giverny non sembra poi tanto lontana; tutt’altro, accarezzo la sensazione di essere lì, non vi pare?

Mi son lasciato distrarre dalla grandeur artistica.

Viaggio numero 3

Su due binari paralleli che cercheranno l’intersezione, tormento e luce. “Piacere, il mio nome è Vincent, all’anagrafe sono Van Gogh, per tutti il genio assoluto”. Già, il genio. Per me il più grande. E mi perdonerai, Vincent, se io, mediocre visitatore di gallerie d’arte, ho l’ardire di parlar di te. Ma la tua opera, che racconta la tua storia, tormentata, vorticosa, inquieta, desolata, mi avvicina al paradiso e porta il sole, la luce che tu amavi, nelle mie fibre, nei miei anfratti più difficili da infiltrare, nel mio cuore.

Tele impareggiabili, e ce ne sono molte qui a Palazzo Ducale… il fertile pennello si avvia dalla terra d’origine, l’Olanda, tocca Parigi, si trasferisce al sole della Provenza e di Arles, conosce le pene di St.Remy e St.Paul, si ferma e tace per sempre ad Auvers. Da “I tessitori”, ai “Filari di pioppi al tramonto” e “Autunno, paesaggio al crepuscolo”, da realismo a romanticismo. Un romanticismo che cerca di cogliere il segreto della natura, ma ancor più annuncia l’ombra che avvolge l’anima dell’artista. Il colore giallo, il sole, appunto, che così tanto Van Gogh amava. Ecco allora “Il seminatore”, “Frutteto stretto dai cipressi”, “Barche di pescatori sulla spiaggia di Saintes Maries de la Mer” (foto qui accanto – da blog.panorama.it), segni tangibili del miraggio di una vita, per Vincent: la luce, nelle sue opere e nella sua anima. Ma il vortice si insinua in lui, il tormento si fa largo inarrestabile, si confonde con ombra e sole, “Tronchi d’albero nell’erba”, “Pini al tramonto”, “Alberi davanti all’ospizio di St.Paul” (foto qui sotto -0.tqn.com) , “Il giardino dell’ospedale di St.Remy”.

Vincent Van Gogh, LUI E’, la sala 10 spegne di nuovo gli interruttori e l’ospite d’onore della mostra presenta il volto più autentico: direttamente da Amsterdam, dove ha sede il Museo a lui dedicato, “Autoritratto al cavalletto”. Una sorta di arrivederci, come per Gauguin anche per il grande olandese il viaggio della vita è giunto al capolinea e le prodezze dell’ultima sala ne sono fedele testimone: “Uliveto”, “Il burrone”, “Covone sotto un cielo nuvoloso”. Il precipizio conduce alla morte e il libro si chiude, ma il patrimonio di opere d’arte è un’eredità che non conosce tempo. Grazie a voi, straordinari interpreti.

Ah, dimenticavo, c’era pure Kandinsky, ma di lui, promesso, parlerò un’altra volta. Siamo a Genova, d’accordo, ma son mica marinaio, io!!!

One Response

  1. Francesco 08/05/2012

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