di Nicola Pucci
Diciamocela tutta. Il Giro d’Italia che si avvia dalla Danimarca a noi non piace granché. Per carità, il dio denaro ormai ha preso il sopravvento ovunque; c’è bisogno di internazionalizzare sempre più lo sport; nuove frontiere (???) si affacciano al ciclismo ma mi chiedo cosa diaviolo c’entri la pur simpatica cittadina di Herning con una corsa che da quando conobbe il primo vagito – attenzione, si parla del 1909 – appartiene alla nostra cultura sportiva e alle nostre tradizioni più popolari. I danesi, non gliene voglio intendiamoci, di Bartali, Coppi, Saronni e Moser non avranno mai sentito parlare; in più, dal punto di vista prettamente tecnico le tre tappe iniziali erano insipide come insipido fu il mondiale di settembre a Copenaghen. Abbiamo accontentato gli sponsor, abbiamo escluso il Sud Italia dal Giro 2012, ok, ora basta… domani si torna nello stivale e si farà sul serio.
Oddio. Sul serio si è fatto fin dal primo approccio con la penisola dello Jutland. Sabato si è partiti con un prologo di poco meno di 9 chilometri e gli specialisti del cronometro si son dati da fare per indossare la prima maglia rosa. Taylor Phinney, un predestinato, figlio d’arte – il papà Davis fu buon professionista negli anni Ottanta – ancora 22 anni da compiere, ha volato la prova surclassando i rivali e vestendo le insegne del primato. Dietro di lui un britannico, Geraint Thomas, il beniamino di casa Alex Rasmussen e il nostro Manuele Boaro, un prospetto interessante per le prove contro il tempo dei prossimi anni. Si è ben comportato Ivan Basso che ha pedalato sui livelli di Kreuziger, altro pretendente al podio finale, mentre Cunego e Scarponi hanno chiuso dietro. Ma c’era da aspettarselo.
Domenica prima prova in linea. Da Herning a Herning, tappa piatta da far impallidire un tavolo da biliardo. Pronti, via, se la svignano in tre. Il nostro Balloni, il colombiano Rubiano Chavez, il belga Keysen. Vantaggio massimo 13 minuti ma non può bastare; le squadre dei velocisti annusano l’occasione ghiotta, recuperano e sotto lo striscione d’arrivo alza le mani il favorito, l’iridato Mark Cavendish che da queste parti si trova bene ed incassa il primo hurrà. Matthews Goss finisce secondo, il giovane francese Soupe completa il podio.
Lunedì si va da Horsens a Horsens, 190 chilometri con qualche asperità da scavalcare e con l’epilogo che appare scontato. Balloni ci riprova, allunga di nuovo quanto basta per guadagnarsi la prima maglia di miglior scalatore – pensa te, la collina di Ejer Bavnehoj non raggiunge i 200 metri di altitudine – ma le emozioni si condensano allo sprint. Capitombolo che coinvolge Phinney e Cavendish, ne approfitta Goss che riscatta la piazza d’onore del giorno prima e taglia il traguardo al primo posto. Secondo Haedo, terzo Farrar e quarto il più giovane del gruppo, il francesino Demare che pure lui porta i colori dell’iride, come miglior under 23.
Oggi trasferimento, si sale in aereo e il Giro d’Italia torna a casa. Sto già meglio.




Non posso essere nemmeno io contento dell’itinerario di questo Giro. Primo perché si parte da un posto che non è nemmeno al confine con l’Italia, uno sconfinamento sarebbe stata cosa ben diversa; secondo perché sono siciliano e il Giro si spinge verso sud al massimo ad Avellino (se non ricordo male). Sicuramente corsa già appassionante sin dai primi km e classifica generale molto aperta rispetto all’anno passato.
Anche a me come a Simone e come a tanti altri, credo, il Giro che “sbarca” in Danimarca non è piaciuto proprio. Ci sarà equilibrio sicuramente (senza Contador “bombato”) ma sai quanto poteva essere più bello un prologo in Sicilia, in Puglia o in qualunque altra regione del Sud?
Sono d’accordo con voi. Passi il Giro in Belgio per ricordare i minatori italiani, passi il Giro ad Atene per i giochi olimpici, ma il Giro in Danimarca è un’operazione di puro marketing e oltretutto costringe i corridori a una giornata di riposo solo sulla carta, con una cronosquadre il giorno dopo…
Per la cronaca, voglio andare contro pronostico e tifare Pozzovivo! Uno scalatore puro che fa quei numeri in salita (e che salita, Punta Veleno è dura come lo Zoncolan) non lo si vedeva dai tempi di Pantani o della meteora Rujano (tra l’altro pure lui in discreta forma al Trentino)