PEPPINO IMPASTATO, UNA VITA CONTRO LA MAFIA

di Claudia Boddi

Peppino Impastato (gravinalife.it)

Appartiene al tuo sorriso
l’ansia dell’uomo che muore,
al suo sguardo confuso
chiede un po’ d’attenzione,
alle sue labbra di rosso corallo,
un ingenuo abbandono,
vuol sentire sul petto
il suo respiro affannoso:
è un uomo che muore.

(Peppino Impastato)


Una vita contro la mafia, quella breve – stroncata a soli 30 anni –  vissuta da Peppino Impastato, al secolo Giuseppe. Il 9 maggio 1978 viene brutalmente assassinato in Sicilia, in un periodo in cui l’Italia cade sotto il dominio mafioso, colpita anche a Romadove le Brigate Rosse uccidono Aldo Moro.

Una biografia intensa. Classe ’48, Peppino viene da una famiglia semplice ma ben inserita negli ambienti mafiosi: sua zia ha sposato il capomafia Cesare Manzella, considerato uno dei precursori in materia di affari illegali basati sul traffico di droga come strumento di accumulazione del denaro. Diplomatosi al Liceo Classico, in quegli anni, guidato più dal cuore che dalla mente, si avvicina alla vita poltica attiva.

È sull’onda lunga dell’emozione che approda al PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria). Scisso tra rabbia e disperazione, tra la voglia di spaccare tutto e il desiderio di protezione, si rifugia in se stesso e nell’ideologia. Affrancarsi da una famiglia ingombrante che blocca lo sviluppo lineare della sua personalità, è il motivo principale che lo spinge fuori da casa, a cercare una differenziazione potente che possa avere come teatro il mondo.

La sua carriera politica procede con un andamento altalenante, fra progressioni e battute d’arresto, delusioni ed esaltazioni, e con lo stesso ritmo si evolve anche la sua vicenda umana: fluttuando nell’alcool, in uno stato di incontrollabile schizofrenia, Giuseppe vive sbalzato tra attimi di pervasiva euforia e momenti di tragica depressione e chiusura.

Nel 1978 partecipa con una lista con il simbolo di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali a Cinisi. Poco prima delle elezioni e poco dopo l’esposizione di una mostra fotografica sulla devastazione del territorio, realizzata ad opera di speculatori mafiosi, viene brutalmente assassinato. Il suo corpo, dilaniato da una scarica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo – Trapani.

Il focus delle indagini viene subito orientato sull’ipotesi di un attentato terroristico, consumato dallo stesso Impastato o su un “suicidio eclatante”. Nel 1988 viene inviata una comunicazione giudiziaria al boss Badalementi ma, nel ‘92, il Tribunale di Palermo dispone l’archiviazione del “caso Impastato”, confermandone la matrice mafiosa, ma dichiarando l’impossibilità di individuare  i colpevoli e ipotizzando il coinvolgimento della mafia di Cinisi, affiliata ai Corleonesi.

Estenuanti peripezie giudiziarie hanno portato alla chiusura e alla riapetura del caso più e più volte, con petizioni popolari e parti civili costituite ad hoc, allo scopo di far luce sugli aspetti non chiari che avevano caratterizzato le indagini – come il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto e dare un volto e un nome ai colpevoli dell’omicidio. Nel 1996, il super collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo indica come mandanti dell’attentato Gaetano Badalamenti e il suo vice Vito Palazzolo.

Nel dicembre 2000, la Commissione parlamentare antimafia approva una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini. Il 5 marzo 2001, la Corte d’Assise riconosce Vito Palazzolo colpevole e lo condanna a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002, Gaetano Badalamenti viene condannato all’ergastolo.

Badalamenti morirà nel 2004.

I miei occhi giacciono
in fondo al mare
nel cuore delle alghe
e dei coralli.
Seduto se ne stava
e silenzioso
stretto a tenaglia
tra il cielo e la terra
e gli occhi
fissi nell’abisso.

(Peppino Impastato)

One Response

  1. Lorenzo 11/05/2012

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