HESJEDAL, TRIONFO A SORPRESA, ITALIANI FUORI DAL PODIO

di Emiliano Morozzi

Alla fine la 95° edizione del Giro d’Italia vede un vincitore a sorpresa, il canadese Ryder Hesjedal, che alla vigilia non godeva dei favori del pronostico. Per la prima volta la bandiera con la foglia d’acero sventola sul gradino più alto del podio, mentre lo spagnolo Joaquim “Purito” Rodriguez si deve accontentare del secondo posto, pur disputando tutto sommato una crono discreta per quelli che sono i suo standard abituali. Al terzo posto il belga Thomas De Gendt, protagonista di una splendida vittoria sullo Stelvio, arrivata al termine di un’azione che per poco non faceva saltare il banco del Giro. Era dal 1995 che nessun italiano saliva sul podio: in quell’anno i primi tre furono nell’ordine Rominger, Berzin e Ugrumov, in un Giro che aveva perso alla vigilia il suo protagonista più atteso, Marco Pantani. Al termine della cronometro di Milano, vince il migliore, quel corridore che ha osato di più, in un giro tutto sommato modesto e povero di emozioni, nel quale hanno deluso i protagonisti attesi alla vigilia e nel quale lo spettacolo è spesso mancato, se si escludono le ultime due tappe di montagna, con la battaglia sulle rampe dell’Alpe di Pampeago e l’impresa sfiorata da De Gendt sullo Stelvio. A conclusione della corsa rosa, non potevano mancare le pagelle ai protagonisti.

Hesjedal all'arrivo dell'Alpe di Pampeago

HESJEDAL: 10
Il voto è dovuto non solo alla vittoria nella competizione, ma anche al modo in cui è maturata. Dopo aver conquistato la maglia rosa a Rocca di Cambio, l’ha persa per mano di Rodriguez ad Assisi ma con un’azione caparbia è andato a recuperarla a Cortina, in una tappa di alta montagna che sulla carta doveva essere appannaggio degli scalatori. L’altezza del campione canadese (un metro e novanta) può trarre in inganno: non è un passista, ma un biker, abituato quindi alle pendenze atroci e a mulinare rapporti agili con un’alta frequenza di pedalata. Lo si è visto nella tappa di Pampeago quando, su pendenze durissime, ha staccato gli avversari andando a prendere quei pochi secondi che alla fine sono risultati decisivi. Deciderà se correre il Tour in questi giorni, ma gli consigliamo, dopo questa impresa, di godersi il meritato riposo.

RODRIGUEZ: 8
Se è sorprendente vedere Hesjedal andare forte sulle salite arcigne, lo è altrettanto vedere Rodriguez tenere le ruote dei migliori in alta montagna: lo spagnolo è certamente fortissimo sui cosiddetti “muri”, strappi dalle pendenze tremende ma tutto sommato brevi, ma nelle grandi salite aveva sempre pagato il ritmo costante imposto dalle squadre avversarie. Ha vinto due tappe, ne ha regalata una terza (non ce ne voglia “Rambo” Rabottini, la sua impresa ai Piani dei Resinelli resta tale, ma “Purito” avrebbe potuto staccarlo nel finale) ma non ha avuto il coraggio (e le gambe) per attaccare in salita e a cronometro ancora una volta non ha brillato. Se si è trovato lassù al termine del Giro, deve in parte anche ringraziare l’ottima prova della Katusha nella cronosquadre di Verona.

DE GENDT: 8
Dopo un Giro nelle retrovie o quasi, rischia l’impresa clamorosa andando in fuga nella discesa del Mortirolo e resistendo stoicamente sullo Stelvio (foto a destra), alla faccia di chi dice che nel ciclismo moderno è impossibile vincere partendo da lontano: sarà anche così, ma se non fosse stato per lui, la tappa dello Stelvio si sarebbe risolta in una serie di scattini dei big ai -2 dal traguardo, come è puntualmente accaduto. Con l’acido lattico del giorno precedente nella crono di Milano ha ottenuto un ottimo tempo, scalzando dal podio Scarponi.

RABOTTINI: 7
“Rambo” conquista una tappa e la maglia azzurra di miglior scalatore (citando Balsamo, “quest’azzurro non mi piace”, dal prossimo anno spero di vedere tornare la maglia verde), animando spesso le fughe. Da un corridore venticinquenne, professionista dal 2011, cosa si può volere di più?

POZZOVIVO: 7
Sono sincero, l’avevo pronosticato come uno dei possibili outsider del Giro, sperando che ripetesse l’impresa di Punta Veleno al Giro del Trentino. Vince la tappa di Lago Laceno, una tappa che sulla carta non era proprio adatta alle sue caratteristiche di scalatore puro, in salita tiene le ruote dei migliori ma non fa la differenza, sul Mortirolo tenta un timido attacco e sullo Stelvio va all’improvviso in crisi: una debacle che paga cara, rotolando all’ottavo posto dopo la crono di Milano. Il dato positivo, è che può reggere una corsa di tre settimane: invece che cercare di limare secondi sugli avversari a cronometro, il prossimo anno dovrebbe provare a migliorare in salita, per rifilare sulle montagne distacchi pesanti agli avversari, come Pantani.

SCARPONI: 6
Il pettorale numero uno, ottenuto per la squalifica di Contador, pesa come un macigno
sulle spalle del marchigiano, che in salita non ha più la brillantezza del 2011. Nonostante questo, è l’unico che almeno ci prova: sfiora la vittoria nella tappa di Rocca di Cambio, prova ad attaccare Hesjedal lungo l’ascesa dell’Alpe di Pampeago, accende la miccia sullo Stelvio. Il problema è che viene sempre ripreso e staccato: sei di stima, anche se rimane sempre con un pugno di mosche in mano e a Milano scivola anche giù dal podio.

BASSO: 5
La vera delusione di questo Giro, insieme a Kreuziger. Spreme la squadra nelle tappe di montagna ma dimostra di non avere più un ritmo in salita capace di fare selezione. Tenta qualche scatto velleitario ma nelle tappe di alta montagna viene quasi sempre staccato e delude pure nella cronometro di Milano.

KREUZIGER: 5
Uno dei favoriti della vigilia, prende la “cotta” nella tappa di Cervinia, si riscatta vincendo sull’Alpe di Pampeago, ma il giorno dopo sullo Stelvio va di nuovo in crisi. Non ha mai dato l’impressione di essere in grado di lottare per la vittoria finale, rimandato alla prossima stagione.

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