LA RELAZIONE COME APPROCCIO FONDAMENTALE ALLA DISABILITÀ

di Claudia Boddi

La settimana scorsa abbiamo parlato della comunicazione nella relazione, vediamo adesso l’applicazione del concetto con le persone diversamente abili.

Le persone diversamente abili il più delle volte non riescono a comunicare attraverso dei codici condivisi dai più, viceversa, spesso hanno canali a loro stanti e, talvolta, anche criptici, che sta a chi opera nel settore, decodificare e incanalare in modo tale che l’interazione che ne scaturisce sia costruttiva. Spesso, infatti, ci troviamo davanti a persone che non parlano, con problemi di linguaggio, o che usano proprio un tipo di comunicazione “non verbale”– della quale di sicuro avrete sentito parlare più volte – che si sostanzia, a volte, proprio nell’isolamento o nella chiusura al mondo esterno (questo tratto è tipico, per esempio, delle persone autistiche, per le quali la mancanza di relazione rappresenta l’aspetto maggiormente critico della malattia).

Nella comunicazione umana ci sono due possibilità: “nominare” una cosa attraverso la parola o esprimere la cosa in qualche modo che la richiami, che le somigli. La prima possibilità dà luogo a una comunicazione verbale, la seconda a una non verbale o analogicaL’attenzione alla comunicazione verbale si è andata accrescendo con l’evolversi della specie, in quanto ritenuta più adeguata a trasmettere notizie, scambiare informazioni sugli oggetti e trasmettere la conoscenza di epoca in epoca. Invece, della comunicazione non verbale possono far parte:

  • la posizione del corpo;
  •  il ritmo e la cadenza della voce;
  • ogni altra espressione di cui l’organismo è capace ( lo sbadiglio) ;
  • i segni del contesto in cui la comunicazione ha luogo.

Questi aspetti sono molto importanti per essere consapevoli del tipo di relazione che potrebbe instaurarsi e del tipo di messaggi che vengono scambiati.   

Ed è importante anche tenere presente che “parlano” anche gli elementi presenti nel contesto. Sembrerebbe una cosa ovvia saper discriminare tra i contesti, ma non a tutti e non sempre accade. Pensiamo, per esempio, a come si può far prendere, partecipare, a come ci si può identificare di fronte ad un bravo attore, dimenticando di assistere a una finzione scenica. Gli applausi, per gli spettatori, come per gli attori, sono suoni che riportano alla realtà, segnalando che è cambiato il contesto.

VERBALE ANALOGICO
– trasmette notizie, comunica contenuti, permette la trasmissione della civiltà -trasmette sentimenti e relazioni (esprime quello che le parole non sono in grado di dire)
– fondamentalmente arbitrario -abbastanza naturale
– consente menzogne – è difficile mentire
– alto grado di complessità e di astrazione ( se, non, allora) – basso grado di astrazione ( non esiste modo per esprimere il non )

DIFFERENZE TRA IL LINGUAGGIO VERBALE E QUELLO ANALOGICO (Fig.1)

La compresenza di questi due linguaggi pone dei problemi, il più rilevante è la traduzione dei messaggi che arrivano. Voglio dire, si può piangere di dolore, ma anche di gioia, di rabbia, si sorride per contentezza, per disprezzo o per cortesia, per esempio. D’altro canto, il linguaggio verbale può essere fortemente arbitrario e molto più facilmente gestibile dell’altro, quindi, il problema della decodifica del linguaggio è annoso e si presta a più d’una soluzione coerente. Buona prassi, sperimentata sulla pelle nella quotidianità, è rendere chiara la relazione con le persone disabili. Il ruolo degli operatori del settore, per esempio, è principalmente quello di essere accoglienti e di inserire un elemento positivo nelle giornate e nelle vite degli utenti, quindi, chiarire i termini della relazione non significa mettere duramente in chiaro chi occupa la posizione up e chi quella down. Non intendo questo. Intendo verbalizzare a parole se un giorno si è nervosi o stanchi, oppure, dire che “quando tu fai così… io mi sento così…”, in modo tale da far fluire significativamente la dinamica relazionale, oppure quando l’altro fa qualcosa (un movimento, un’espressione, qualcosa che lo contraddistingue) perché non dirglielo? Questi accorgimenti possono facilitare l’entrata in relazione con l’altro disabile. Anche se, su questo voglio essere cristallina, non esiste una regola generica, valida per tutti, non c’è la ricetta, perché le persone sono tutte diverse, come lo è ognuno di noi. Ognuno può trovare il proprio canale relazionale con l’altro, sia questo disabile, malato terminale, amico, fidanzato, ubriaco, neonato, malato di mente o genitore. Quel che posso dire con relativa certezza è che, più certi aspetti rimangono oscuri, più possono diventare dannosi. Per esempio, rispondere male a qualcuno o in modo distratto può essere fonte di incomprensioni o di difficoltà; è meglio, secondo me, dire: “Oggi mi è successa questa cosa, quindi, ho la testa fra le nuvole”. Viceversa, arriva la disattenzione o la brutta risposta che il 90% delle persone rivolge a se stesso. In questo modo, si evita un bel po’ di confusione intenzionale o l’uscita di messaggi contraddittori o ambivalenti che non sono mai funzionali nelle relazioni.

5 Comments

  1. Giovanni Agnoloni 07/06/2012
  2. Simone Fabbri 07/06/2012
  3. CLAUDIA 08/06/2012
  4. simone provenzano 10/06/2012
  5. CLAUDIA 11/06/2012

Leave a Reply

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.