di Claudia Boddi
Nel corso degli anni Ottanta si è assistito a una crescita di attenzione verso il tema dell’abuso sessuale sui minori, fenomeno della cui gravità ed estensione si comincia solo oggi ad avere più consapevolezza, anche in conseguenza di un significativo aumento del numero di denunce e segnalazioni. Da qui è derivato un impulso ad approfondire studi e ricerche che hanno mostrato quanto non sia un evento raro e isolato nonché espressione di realtà degradate e marginali. La maggior parte dei minori che ne sono vittime non arriva all’attenzione dei servizi e delle autorità competenti, spesso perché non sono presenti evidenti segni fisici che inducano sospetto nelle persone vicine al bambino; oppure a causa del sentimento di vergogna provato per ciò che è accaduto, che rende difficile chiedere aiuto; o, ancora, ma questi tre elementi agiscono spesso simultaneamente, perché la situazione è paralizzata dal segreto che vincola il/la minore e permea di sé il contesto familiare. E’ quindi chiaro che i dati forniti dalle statistiche ufficiali tendono a sottostimare la realtà. Le informazioni sulle effettive dimensioni del problema derivano da tre fonti principali:
1) le indagini su campioni di popolazione adulta “normale” per registrare eventi pregressi;
2) le ricerche su gruppi particolari di popolazione;
3) le segnalazioni di nuovi casi.
Gli studi più noti sono stati condotti negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e, nei primi in particolare, esiste da tempo una maggiore sistematicità nella raccolta dei dati che interessano questi argomenti.
Per quanto riguarda l’Italia, le informazioni sistematiche sono ancora scarse, tuttavia qualche indicazione si può ricavare attraverso i dati raccolti dai centri che lavorano su questi temi. Innanzitutto, il reato sessuale si configura come qualcosa che interessa soprattutto le bambine. E’ però probabile che le statistiche riguardanti vittime di sesso maschile siano sottostimate a causa della loro maggiore reticenza ad ammettere tali esperienze, anche per il timore della stigmatizzazione sociale dell’omosessualità. E’ poi particolarmente inquietante la diffusione del fenomeno in determinati gruppi di popolazione: circa il 30% delle donne in trattamento psichiatrico tendono a riportare vissuti pregressi di questo tipo e, secondo alcune ricerche, tra il 40 e il 50% delle donne tossicodipendenti ne sarebbero state vittime durante l’infanzia o l’adolescenza; percentuali elevate che sono state registrate anche tra ragazze che hanno commesso ripetute fughe da casa, un comportamento ipotizzabile come autoprotezione per sfuggire alla violenza. Problemi psichiatrici, tossicodipendenza, prostituzione sono alcuni gravi effetti a lungo termine. La maggior parte degli abusanti è di sesso maschile; la presenza di donne è infatti limitata anche se risulta abbastanza variabile a seconda del sesso della vittima. Inoltre, secondo le indicazioni delle ricerche disponibili, la maggior parte degli uomini che approfittano dei minori ha comportamenti sociali di tipo eterosessuale, la loro età media si aggira tra i 35 e i 45 anni, circa il 45% è sposato e appartengono a tutti i ceti e le professioni. Il mito dell’uomo anziano ed emarginato non ha alcun fondamento specifico.
Conoscere maggiormente questa realtà consente oggi di mettere in luce quanto possa essere fuorviante l’indicazione di fare solo “attenzione agli sconosciuti”: gran parte dei colpevoli sono persone conosciute, dato che è proprio sullo sfruttamento del legame di fiducia che si basa uno dei meccanismi fondamentali dell’abuso. Il 50% sono padri naturali, patrigni o conviventi della madre, nonni, zii e cugini. La familiarità tra il minore e l’adulto spiega così perché i luoghi dove più spesso si commette il reato sono la casa di uno dei due. Quando il contesto non è ulteriormente degradato da altre forme di violenza, il colpevole agisce una coercizione indiretta, di tipo psicologico, ricorrendo sia a minacce sia a comportamenti “seduttivi” per obbligare il minore al segreto e per indurlo/a ad assecondare le sue richieste. La violenza è intrinseca agli atti di questo genere e consiste nell’impatto traumatico che la sessualità adulta (anche quando è mascherata da approccio “gentile”) ha sul minore, e nella natura di per sé coercitiva di tali atti. Bambine e bambini, data l’immaturità psichica ed emotiva e dato lo svantaggio di strumenti, potere e autorità rispetto all’adulto, sono nell’impossibilità di dare un consenso libero e informato.
Artemisia è un’associazione di Promozione Sociale – Onlus che si occupa di donne e minori che subiscono violenza e di adulti che hanno subìto violenza nell’infanzia. Questo il link: www.artemisiacentroantiviolenza.it



Bell’articolo su un’argomento molto delicato…Complimenti
delicato e molto più diffuso di quanto si pensi…
claudia, tutto quel che dici fotografa perfettamente la principale nefandezza di cui l’essere umano è capace…
grazie,
bisogna tenere sempre la guardia alta su certe tematiche… Sono contenta di avere questo spazio per poterne continuare a parlare
Sì…una delle peggiori, senza dubbio. Sono assolutamente d’accordo con te. Anche perché in questo tipo di comportamenti, il punto centrale e doloroso è la sperequazione di potere che sottende a certe dinamiche. Così come avviene anche nei reati di violenza nei confronti delle donne, per esempio…