A CHE GIOCO GIOCHIAMO?

di Simone Provenzano

A che gioco giochiamo? Il titolo di questo breve post è un voluto richiamo ad Eric Berne e alla sua Analisi Transazionale. Mi ricordo lo stupore, da studente universitario, nel leggere le sue opere. Era la prima volta che incontravo la psicologia descritta con parole ed esempi di tutti i giorni.

Affascinante! Ne rimasi affascinato, non condividevo tutti i costrutti che l’autore presentava, ma mi permise di riflettere sulla realtà quotidiana, sul fatto che la psiche non vive isolata in una boccia di vetro come un singolo pesciolino rosso. Il mondo delle relazioni è il mondo in cui viviamo.

Volenti o nolenti.

Berne nelle sue opere ci espone il modo in cui ci mettiamo in relazione col mondo, ci descrive copioni di vita e le modalità con cui ci approcciamo alla realtà, ovvero i tre stati dell’io. Detto in soldoni ci spiega che il nostro io può assumere lo stato di genitore, di adulto o di bambino, come realtà psicologiche e che a seconda dello stato che adotteremo avremo risultati di interazione diversi.

Ma la vita è un gioco?

Possiamo per qualche minuto far finta che lo sia. Facciamoci una fantasia ed immaginiamoci la vita come un gioco, con il proprio regolamento e i propri obbiettivi da raggiungere per vincere o avanzare di livello.

Non esiste altro che il gioco a cui abbiamo deciso di giocare, le regole che ci imponiamo definiscono un obbiettivo che non deve essere raggiunto, altrimenti il gioco finirebbe e noi non sapremmo più a che gioco giocare!

Noi ai nostri giochi ci affezioniamo e vogliamo continuare a giocarci il più possibile. Ci inventiamo sempre nuovi modi di non raggiungere il traguardo, di non vincere, solo per non rischiare di dovere cominciare un nuovo gioco che non conosciamo e che potrebbe non riuscirci bene come quello a cui stiamo giocando adesso.

Chi lascia la vecchia via per la nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova.

Quando si parla di vita questo proverbio non esprime saggezza, anzi, ascoltarlo significa proprio non volere concludere il vecchio gioco, non volere andare avanti. E questo non è un bene.

Finiamo per non divertirci più. Non possiamo giocare con trasporto al gioco a cui stiamo giocando per paura che finisca; e non ne iniziamo uno nuovo per paura che non ci piaccia o non ci riesca. Quello che ho appena detto mi sembra una buona definizione di nevrosi, quindi una buona descrizione di alcuni meccanismi della mente umana.

Proviamo per una volta a divertirci, cambiamo copione, cambiamo gioco.

Lo scopo del gioco non è osservare strettamente le regole, è divertirsi, è vivere.

D’altronde è un gioco.

2 Comments

  1. licia apollonio 07/06/2012
    • simone provenzano 07/06/2012

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