di Nicola Pucci
Hosok Tere, Oktogon, Vorosmarty Ter…no, cari amici viaggiatori, non sto scherzando con gli scioglilingua. Non sono in preda a delirio dialettico, non sto cercando di scimmiottare supercalifragilistichespiralidoso.
Budapest. Terra d’Ungheria. Mi piace avviarne la conoscenza scendendo qualche gradino poco sotto la superficie. Linea 1 della metropolitana, linea gialla, la più antica del Vecchio Continente. Ecco, la capitale che fu cara all’imperatrice Sissi mi dà il benvenuto con un bel tuffo nel passato. Salgo a bordo dei vagoni arancioni destreggiandomi tra colonne in ferro battuto, proprio quel che mi attendevo avventurandomi nell’Est europeo in tempi di globalizzazione selvaggia. Mi sento subito a mio agio, io, irriducibile conservatore, amante di tutto ciò che con le sue imperfezioni profuma di antico. Verso sera decido di risalire Andrassy Ut proprio in direzione Hosok Tere, la piazza degli eroi. Lungo l’arteria principale della città, trafficata ma mai caotica, anzi oserei direi rilassante all’ora del calar del sole, ho modo di apprezzare edifici che col loro profilo classico raccontano secoli di storia.
Il Danubio. Il bel Danubio blu. Sarebbero piaciuti a Strauss i riflessi del fiume che accolgono l’occhio di chi si incammina lungo le sue sponde. Attraverso ponti su cui volteggiano leggende curiose: i due leoni che piantonano il Ponte delle Catene non hanno lingua, lo scultore che le dimenticò, János Marschalkó, si mormora che per la vergogna volesse suicidarsi gettandosi nelle fluttuanti acque del fiume. Poco oltre c’è una vecchia funicolare, Siklò, che conduce al castello di Buda, vanto e gloria della città. Quassù, affacciati al Bastione dei Pescatori, si contempla il simbolo dell’Ungheria, il sontuoso edificio del Parlamento. 690 sale magnificamente decorate; mi è permesso visitarne solo tre ma può bastare.
Buda e Pest, le due anime della città. Buda, cuore antico, che si avviluppa lungo la collina, mi piace per il senso di tranquillità che trasmette; da Moszkva Ter si snodano e si incrociano le linee di vecchi tram che risalgono la verde asperità. Un trenino a cremagliera conduce alla Ferrovia dei Bambini, un percorso di otto fermate che impiega come “personale” ragazzi di età compresa tra i 10 e i 14 anni. Accompagnate qui i vostri mimmi, ve ne saranno grati.
Ma c’è un altro luogo di questa città che non posso negarmi: gli eroi della mia infanzia riaffiorano, ecco allora prendere forma le figure di Boca, Nemecsek, Feri Ats, i fratelli Pasztor. Via Pal e i suoi ragazzi, lo straordinario successo di Ferenc Molnar che ha reso immortali bambini che si batterono per un sogno. Raggiungo Pal Utca, niente di più che un’anonima, stretta viuzza fiancheggiata da edifici, questi proprio no, che non si lasciano ammirare. Ma poco lontano c’è la vecchia scuola, dove la società dello stucco organizzò l’epica battaglia, e qui una statua bronzea riproduce quei protagonisti a me cari.
Pest. C’è qualcosa di romantico in questo spicchio importante di città. Forse i cancelli in ferro battuto e gli arrugginiti lucernari che illuminano le strade fanno immaginare che l’Ottocento asburgico non è troppo lontano. Forse le sublimi sonorità del grande Franz Liszt sembrano aleggiare sul Teatro dell’Opera, esibizione a cui consiglio proprio di non rinunciare. Forse le sorgenti termali da cui sgorgano ogni giorno oltre 30.000 metri cubi di acqua e che riforniscono bagni in meraviglioso stile art nouveau (Gellert), di discendenza ottomana (Rudas), immersi nel verde (Szechenyi) consentono ad anima e corpo di trovare l’equilibrio perfetto. Forse al caffè Gerbaud, gustando somloi e dobostorta, vestirete i panni di quell’elite cittadina che fin dal 1870 all’ora del tè qui siede a pasteggiare.
Forse…forse è la sua orgogliosa semplicità che mi fa amare Budapest. Capitale di un paese che ha sofferto, conservatrice di un glorioso passato, pure tentacolare per le sue dimensioni…ma mai eccessiva, mai sguaiata. Città educata e raffinata: ecco, questa è Budapest.

