D-DAY, LO SBARCO IN NORMANDIA IL 6 GIUGNO 1944: FU VERA GLORIA?

di Emiliano Morozzi

6 giugno 1944, dieci minuti dopo la mezzanotte, un aliante inglese atterra con un certo fragore nei pressi del ponte di Benouville. I soldati a bordo rimangono storditi dalla botta ma quando si riprendono si rendono conto che i tedeschi non si sono accorti di loro, avendo scambiato il fragore dell’aliante per quello di un bombardiere abbattuto. Comincia così, con un colpo di fortuna, lo sbarco anfibio più famoso della storia: l’operazione Overlord, lo sbarco degli Alleati in Normandia. Un’operazione militare che è stata raccontata in ogni suo dettaglio, che è stata protagonista di molti film e documentari, ma che ancora oggi fa discutere: fu una campagna gloriosa o rischiò di trasformarsi in un disastro di proporzioni catastrofiche? E fu davvero l’intervento alleato a salvare l’Europa dalla tirannide nazista o un contributo decisivo fu dato dall’operazione Bragation, con la quale l’Unione Sovietica, a partire dal 22 Giugno, travolse le migliori divisioni corazzate e di fanteria del Terzo Reich?

D-Day, nel gergo militare, indica genericamente il giorno in cui deve cominciare un attacco. Dopo quel 6 giugno del lontano 1944, la parola divenne simbolo dello sbarco in Normandia. L’operazione avrebbe dovuto iniziare all’alba, ma sei ore prima, nel cuore della notte, truppe aviotrasportate britanniche e statunitensi furono lanciate oltre la prima linea tedesca per catturare alcuni punti chiave (come i ponti, obiettivo fondamentale per fermare eventuali contrattacchi tedeschi e permettere alle truppe sbarcate di dilagare in territorio nemico) e mettere fuori uso quelle batterie d’artiglieria che avrebbero potuto sbarrare la strada alle truppe da sbarco. La conquista del ponte di Benouville, che fu ribattezzato da quel momento in poi Pegasus Bridge, fu un colpo di mano audace e ben riuscito, ma altrove la situazione non era affatto rosea per le truppe alleate. Gli uomini della 82ª e della 101ª divisione aviotrasportata degli Stati Uniti finirono sparpagliati su un territorio molto vasto, in parte allagato dai tedeschi per impedire ai paracadutisti nemici di raggrupparsi e poter attaccare con efficacia. I primi uomini che piombarono sul villaggio di Saint Mère Eglise furono falciati dalla contraerea e dalle mitragliatrici tedesche e soltanto dopo una lunga battaglia il piccolo paesino fu conquistato dalle truppe statunitensi.

Il peggio però doveva ancora arrivare: all’alba doveva scattare l’immane sbarco, e per propiziarlo un intenso fuoco di artiglieria da parte delle navi d’appoggio martellò le coste, unito a un poderoso bombardamento aereo. Lo scopo era quello di annientare le difese costiere tedesche, ma quando i primi soldati Usa sbarcarono ad Omaha Beach, si resero conto dell’esito fallimentare del bombardamento: le difese tedesche erano ancora in piedi, e una tempesta di pallottole e proiettili d’artiglieria si abbattè sulla prima ondata di soldati Usa, massacrandoli e inchiodandoli sul bagnasciuga. Un quadro decisamente più simile alla carneficina raccontata nel film “Salvate il soldato Ryan”, piuttosto che alla versione edulcolorata dello sbarco raccontata ne “Il giorno più lungo”. Se nelle altre zone d’operazione lo sbarco procedette senza troppe perdite (sulla spiaggia di Utah gli Usa contarono circa 200 caduti su 23.000 uomini sbarcati) e senza incontrare troppa resistenza da parte delle truppe tedesche, sulle scogliere di Omaha Beach le truppe da sbarco statunitensi dovettero fronteggiare gli agguerriti soldati della 352ª Panzegrenadier e l’assalto rischiò di trasformarsi in un vero e proprio disastro. I carri armati che dovevano servire da appoggio per la fanteria furono sbarcati troppo presto e furono travolti dalle onde, e la prima ondata di fanteria trovò le difese tedesche intatte nonostante il pesante bombardamento preparativo. Secondo le stime degli storici, circa 3000 soldati Usa persero la vita in quella spiaggia, che fu ribattezzata “Bloody Omaha”, ma alla fine della giornata, le truppe sbarcate erano riuscite a sfondare le difese nemiche in più punti. L’assalto dunque non era fallito, anche se al termine del D-Day pochi obiettivi erano stati raggiunti: Caen, che doveva essere conquistata dagli Inglesi, era ancora saldamente in mano nemica (la 21ª divisione panzer aveva contrattaccato, impedendo l’avanzata delle truppe alleate), dall’altra parte i soldati statunitensi erano ancora impegnati nel contrastare le sacche di resistenza tedesche.

Molti fattori favorirono il successo di un’operazione che diventò vittoriosa e leggendaria non tanto per la capacità dei comandanti che l’avevano ideata, quanto per il coraggio di coloro che, sotto il fuoco nemico, sulle spiagge impregnate di sangue dei propri compagni d’arme fatti a pezzi, riuscirono a portare a termine il compito che era stato loro affidato.

Leave a Reply

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.