di Maria Assunta Lillo
In uno di questi giorni, tra il 22 maggio e il 13 giugno del 1265, sotto il segno dei Gemelli, nasceva a Firenze Dante Alighieri.
La sua mamma, Bella degli Abati, ci ha fatto veramente un gran regalo mettendo al mondo il suo figlioletto. Come sarebbe stata la nostra vita di studenti prima, di adulti poi, se Dante non fosse mai esistito? La sua presenza ci ha sempre accompagnati negli studi e nella vita, aprendo per noi squarci di poesia di straordinaria bellezza e insegnandoci a soffermarci su ciò che molte volte guardiamo distrattamente o superficialmente.
Di Dante è stato già detto tutto o quasi: della sua vita, delle sue opere, dei suoi viaggi e della sua passione politica. Resta però sempre con noi il rimpianto per non averlo conosciuto, anche se doveva avere un carattere difficile e scontroso, perché ingegni come il suo lasciano esempi di vita e insegnamenti che solo chi sta loro vicino può apprezzare al massimo grado.
Che vita appassionata e interessante deve aver vissuto! Fin da giovanissimo, quando nel suo dolce stile fantasticava su un viaggio per mare su un vascello in compagnia di un’allegra brigata, per dimenticare la noia del quotidiano; per poi procedere nelle tempeste della vita e della politica in balìa di chi poteva decidere il suo destino. Erano tempi difficili e tormentati, come del resto sono anche oggi, ma la lontananza nel tempo riveste quell’epoca di un mistero e un fascino particolari.
Noi leggiamo la sua Commedia come una bella favola, ci commuoviamo e ci esaltiamo di fronte a personaggi straordinari come Farinata degli Uberti, nobile superbo e sdegnoso, Cavalcante de’ Cavalcanti, padre angosciato, Ulisse, le cui peregrinazioni sono il sogno di ciascuno di noi. E così tanti altri, in particolare nell’Inferno, ma anche nel Purgatorio, come Manfredi, bello e di aspetto gentile, o la timida e straziante Pia de’ Tolomei, e molti altri amici e contemporanei del Poeta.
Che effetto deve aver fatto la Commedia per chi in quell’epoca lontana leggeva e ritrovava i personaggi che avevano fatto parlare di sé a Firenze e dintorni! Forse si scandalizzavano, si offendevano e o si divertivano immensamente. Comunque sia, l’opera divina l’hanno letta tutti i più fortunati, e ancor oggi risuonano le parole di Dante che definiscono l’amore:
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
(…)
Amor, ch’a nullo amato amar perdona
[Inferno, V, 100, 103],
come pure ci sorprendono le parole che raffigurano la malinconia del tramonto:
Era già l’ora che volge il disio
ai navicanti e ‘ntenerisce il core
lo dì c’han detto ai dolci amici addio
[Purgatorio, VIII, 1-3].
Qui c’è anche la nostalgia per la giovinezza perduta. Gli esempi possono essere tanti, e tutti straordinariamente vivi. Eccezionali anche le invettive contro i nemici personali e le città ostili a Firenze.
Ma Dante era così: appassionato e feroce, vendicativo e generoso. Niente avrebbe potuto piegarlo. Ci riuscì solo la malaria, di cui si ammalò dopo aver attraversato le paludose Valli di Comacchio in seguito a un’ambasciata a Venezia per conto di Guido Novello, signore di Ravenna. Fu proprio in questa città che morì, il 14 settembre 1321.



