di Claudia Boddi
Cosa significa costruirsi o avere una precisa identità? Che senso c’è quindi nell’affermare “io sono”? A parer mio, una buona risposta a queste domande è quella di chi sostiene che identità equivalga a dire essere riconoscibili. O, meglio ancora, riconoscersi ed essere riconoscibili.
Se facessimo un sondaggio tra la popolazione che troviamo quotidiniamente per le strade della nostra città, chiedendo quali sono, secondo loro, gli elementi attraverso i quali si compie il processo di costruzione dell’identità di ciascun individuo, nella maggior parte delle risposte troveremmo riferimenti a ciò che ci viene rimandato dal mondo che ci circonda. La nostra identità è inscindibile dal giudizio che gli altri esprimono sul nostro conto e che continuamente confermano o correggono. Appare anche banale ripetere che dipendiamo, per quanto riguarda la nostra identità, dal mondo fuori di noi. In realtà, questo processo viene confermato anche da meccanismi molto più intimi.
Per esempio, molto più spesso di quanto si pensi, capita di affidare, talvolta anche inconsapevolmente, la nostra identità a dei simboli che oserei definire privati come ben sintetizza la poesia di Montale, “Dora Markus” (1928 -1939):
non so come stremata tu resisti
in questo lago
d’indifferenza ch’ è il tuo cuore; forse
ti salva un amuleto che tu tieni
vicino alla matita delle labbra,
al piumino, alla lima; un topo bianco
d’avorio; e così esisti!
Talvolta, veniamo a conoscenza di storie nelle quali la più solida immagine di sé è garantita da un titolo nobiliare piuttosto che politico o sportivo. Altre volte, il più alto e qualificato garante d’identità sembra essere il denaro o la bellezza. Altre ancora, questo ruolo è ricoperto dal modo di vestire (tipicamente riscontrabile nei giovani adolescenti) perché rafforza il proprio senso di appartenenza a un gruppo.
Numerose ricerche sul tema offrono spunti di riflessione utili per dare risposte alla domanda iniziale. Un termine che può essere efficacemente affiancato a identità è rassicurazione. Essere poveri d’identità significa quindi non soltanto soffrire ma anche veder diminuire la propria capacità di sopravvivere. Ma è soprattutto sul versante della relazione con se stessi che va sottolineato l’aspetto fondativo del poter contare sul senso della propria identità. Prima che la condizione per sopravvivere, è questa la discriminante per sentirsi vivi. Lars Gustafsson in “Morte di un apicoltore” (Iperborea, Milano 1989) ben rappresenta questo concetto con la frase: “pare che nulla spaventi maggiormente il subconscio della sensazione di non essere nessuno”.




Articolo molto bello. Indubbiamente la dimensione sociale è una condizione normale e inevitabile (a seconda dei punti di vista) della realtà umana. Ci pensavo proprio oggi: per quanto dedicarsi a un’attività con passione sia un premio per se stesso, e per quanto in particolare un’attività artistica, o comunque creativa, renda al meglio quando, mentre la si svolge, non si pensa al giudizio che gli altri ne formuleranno, una parola d’incoraggiamento o di apprezzamento (purché sincera) fa sempre piacere. Altrimenti uno che scrive si terrebbe i suoi manoscritti nel cassetto. Tuttavia, credo che la radice profonda di quello che siamo (e facciamo) stia un’intuizione senza nome, un “è” che ha una sostanza spirituale ed è molto più vasto di quell’Io che ha un sia pur comprensibile (ed entro certi limiti sano) bisogno di riconoscimento sociale. E il livello decisivo è questo. Anche perché, quando vi si accede, si aprono i confini di una corresponsione (d’amorosi sensi, magari, ma comunque intuitiva e spirituale) che si apre a un “noi” molto più vasto del “bacino d’utenza” del nostro Ego, la “società”: dove spesso i giudizi vengono espressi a capocchia, e la considerazione di alcuni vale meno di uno sputo (con rispetto per lo sputo).