di Francesco Gori
Chi non ricorda la figura tragi-comica di Mario Cioni? Per chi ha memoria corta o semplicemente non ha visto il film, sto parlando dell’indimenticabile protagonista di Berlinguer ti voglio bene, interpretato da un Benigni al debutto cinematografico.
Siamo nel lontano 1977, ma a distanza di così tanti anni la pellicola conserva ancora un fascino notevole, per vecchie e nuove generazioni. Fu girata da quel Giuseppe Bertolucci scomparso nel 2012, e il miglior modo per ricordarlo è rivisitare quella che è stata una delle sue opere più conosciute. Anche se all’epoca non fu certo un successo.
Osteggiato dalla critica di quel tempo per i toni forti e censurato dalla classe politica democristiana per la sua vocazione comunista, dopo il flop nelle sale è stato riscoperto e valorizzato negli anni a seguire. Diventando un successo che non smette di far nascere cultori del genere. A riguardarlo oggi, si ha la conferma di quanto fosse “avanti”.
Tratto da un monologo teatrale di Bertolucci, il film narra le vicende di un giovane – Mario Cioni appunto – che vive ai margini, nella periferia di Prato e dintorni, in uno scenario grigio, tra gli amici cinici e la madre possessiva.
Tutto comincia da un cinema dove trasmettono un film pornografico, perfetta cornice dei desideri repressi del gruppo, nel quale il sesso è il tarlo principale. Si prosegue con la notizia improvvisa della morte della madre: Mario in preda al delirio – il monologo nel campo è un mix straordinario di comicità, dramma, crudezza e blasfemia che fa piangere dal ridere – vaga nella notte, poi torna al casolare dove apprende che non era vero niente. Uno scherzo degli “amici”.
Uno di loro è Bozzone, interpretato da Carlo Monni, rude “poeta” col chiodo fisso: Mario deve ripagargli un debito e la richiesta dell’amico è “un atto matriale” con la mamma (Alida Valli). Nascerà una sorta di amore.
Nel mezzo gag storiche come quella con la “zoppa”, il dibattito “pole la donna permettisi di pareggiare coll’omo?”, l’incontro surreale con due ragazze, in un concentrato di situazioni assurde. Tutto sottolineato costantemente da un linguaggio scurrile, pesante ancor oggi, pesantissimo per quegli anni, tipicamente toscano e magari di difficile stimolo alla risata per chi toscano non lo è. Nella landa desolata in cui vive, la speranza di Mario Cioni e del suo senso di vuoto e solitudine è Berlinguer e la sua rivoluzione comunista.
Berlinguer ti voglio bene è specchio ben centrato di quella società annoiata, in attesa di cambiamenti, quella stessa noia che dipingerà Nanni Moretti in Ecce Bombo appena un anno dopo. Noia da privazione, da mancanza di alternative, ben diversa da quella che assale i giovani di oggi, col problema opposto. Un ritratto denso di poesia e contenuti, seppur in un contenitore rozzo.
Una realtà – quella degli anni ’70 – aspra e dura ma che, rivista adesso, provoca nello spettatore un senso di nostalgia incolmabile.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.


Tra il Benigni sboccato e il Benigni che recita Dante, preferisco il Benigni sboccato…quello era un personaggio autentico, questo di oggi è un personaggio finto, noioso come i suoi sfoggi di cultura che cominciano ad essere abbastanza monotoni e ripetitivi…Benigni nel volersi prendere troppo sul serio è diventato la caricatura di se stesso, quando invece avrebbe dovuto prendere esempio da Gassman, geniale nel riuscire a prendere in giro il proprio mito…
sono d’accordo con Emiliano…il Benigni di oggi non lo reggo proprio…retrocesso in serie B
Verissimo, molto meglio il primo Benigni
Concordo, anche se devo dire che le lezioni su Dante di Benigni mi sono sempre piaciute molto.
Che Benigni sia uomo di cultura è cosa indubbia, quello che conta non è cosa fai, ma come lo fai: Gassman era bravissimo anche quando leggeva “l’etichetta di un capo delicato” o “il menu” prendendo in giro se stesso, Benigni invece quando recita Dante sembra sempre in preda alla smania di voler dimostrare qualcosa a qualcuno…senza contare che ormai Benigni che recita Dante ormai ce l’hanno propinato in tutte le salse…parlando del Benigni “serio”, preferisco mille volte la sua interpretazione nella “Voce della Luna” piuttosto che “La vita è bella”, tanto per fare un esempio…o la mitica coppia Benigni – Troisi di “Non ci resta che piangere”…quella era comicità, non le gag sguaiate di tanti film dei Vanzina o la rivisitazione di “Amici miei”…
Non ci avevo mai pensato, Emiliano. E’ vero, sembra proprio che Benigni voglia dimostrare qualcosa. Però resto convinto che il messaggio di profonda risonanza emotiva della “Commedia” dantesca, al di là di tanta cerebralità professorale a cui siamo abituati, giovi tanto, tantissimo.
E comunque Gassman era inarrivabile nella sua arte eccelsa, anche se, parlando di “lecturae Dantis”, era troppo serioso, per me.
E’ proprio vero: solo Benigni vuol dimostrare qualcosa!
Ah signori… Benigni c’ha 35 anni di comunicazione alle spalle. Chi in 35 anni non ha degli alti e bassi? A me piace ir Cioni e il Benigni di allora, sia ben chiaro… ma quanti altri artisti riescono ad elevarsi al di sopra di un alter ego simile? Quanti possono permettersi di reinventarsi? Voler poi paragonare un giullare a un attore, non mi pare corretto, il giullare trova il modo di far riflettere, l’attore recita, non inventa… interpreta.
Il Cioni è sempre il Cioni, Stefano. Nessuno mette in discussione la grandezza di Benigni a la sua capacità di reinventarsi ci mancherebbe, solo che a molti piaceva più quello verace degli esordi.
Francesco, secondo me è difficile superare gli esordi per chi mette in gioco il suo corpo, la sua presenza, la propria dialettica e senso estetico in modo così folgorante. Benigni all’inizio non doveva inventarsi niente, così era e così si proponeva: come un giullare che attraverso la comicità a volte surreale, a volte sarcastica, a volte semplicemente bonaria sapeva farci riflettere. Ma era un modo di comunicare efficace soprattutto se contestualizzato alla società di allora. Secondo me se ci fosse lo stesso personaggio adesso, potrebbe piacere ancora ma non avrebbe lo stesso successo, non arriverebbe piano piano a molte persone, resterebbe un’icona per il classico “zoccolo duro”. Lo dico da toscano che ha apprezzato piuttosto il Monni per la sua integrità artistica, se così vogliamo definirla. Ma il Benigni successivo ha realizzato momenti meno intensi ma capaci di arrivare anche ad una platea più vasta, ha cambiato e probabilmente è anche cambiato. E’ il caso umano, non è nato come professionista del palco, è nato come giullare e il palco pian piano gli si è creato attorno. Secondo me può esser paragonato ad artisti che hanno dato moltissimo agli esordi, perchè in linea con le loro idee, emozioni perchè li esprimevano appieno senza recitare una parte e non con chi invece si è preparato in un continuum dalla gavetta in poi. Molti di quegli artisti saliti alla ribalta sono stati bruciati da quell’energia, diversi sono pure morti e li guardiamo come fossero in una teca. Lui è vivo ed ha fatto e farà il proprio percorso umano. Quello che è cambiato è il palco intorno e le aspettative che si son create. E molte di quelle aspettative possiamo levarcele soltanto noi, da spettatori.