di Valentina Castelli
Dove sono finiti i medici che riuscivano a formulare una diagnosi al primo sguardo, basandosi su dettagli quali il colorito del viso o l’appetito di un paziente? Quelli a cui bastava una palpatina o farci dire “trentatre” per giungere a conclusioni assolute?
È possibile che l’avere a disposizione così tanti strumenti per confermare le loro ipotesi di partenza abbia portato la categoria a non formularle più tali ipotesi, magari per paura di commettere errori evitabili?
Forse il medico di oggi si rifugia nella facile prescrizione per avvalorare tesi aspecifiche, andando avanti per prove ed errori.
Dal Governo a “Le Iene”, fino a “Striscia la Notizia”, tutti adesso vogliono ascoltare, per poi ignorarla, la voce del popolo (o i loro post!); ci chiedono di segnalare gli sprechi.
Ebbene a mio avviso anche in ambito sanitario esiste uno spreco che nessuno considera tale perché celato dietro un diritto fondamentale in Italia che è la sanità pubblica.
Ciò non dovrebbe però spingere all’anarchia e all’abuso né da parte dei fruitori dei servizi, né tantomeno da parte di esperti che a quei servizi li inviano.
Prendiamo ad esempio una categoria molto rappresentativa del problema in questione, quella delle persone anziane, che quotidianamente usufruiscono di servizi a loro disposizione e che più che un uso fanno un abuso, spesso inconsapevole, di cure mediche. Se ogni ipocondriaco potesse autoprescriversi una risonanza magnetica, se ogni Carlo Verdone potesse scrivere ricette per se stesso, il sistema sanitario andrebbe in rovina.
Lo stesso accade con le persone anziane, il cui bisogno di cure da un lato è effettivo e trova pertanto riscontro e rinforzi nella realtà, dall’altro è strettamente legato ad un atteggiamento, ad una condizione umana più complessa, condivisa e più ampia dello specifico sintomo che può via via presentare.
Esistono infatti diverse condizioni patologiche che non portano in sé un danno organico, né hanno alla base una lesione, ma sono manifestazioni psicosomatiche.
La psicosomatica è una branca della psicologia medica che considera l’uomo come inscindibile unità psicofisica, pertanto mira alla ricerca di connessioni tra un disturbo somatico e la sua eziologia, spesso di natura psicologica.
Secondo il suo presupposto teorico in ogni forma morbosa giocano un ruolo anche i fattori psicologici.
Ogni sofferenza fisica quindi porta con sé una sofferenza psicologica e allo stesso modo non c’è condizione di sofferenza psicologica che non si traduca anche in un malessere fisico. Le emozioni stesse, per quanto vengano “vissute con la mente”, producono corrispettivi cambiamenti a livello fisiologico e hanno quindi un’innegabile componente organica.
Il legame tra mente e corpo è quindi molto più stretto di quanto si possa immaginare. Eventi di vita che procurano disagio e sofferenza richiedono di essere elaborati, mentalizzati. Una momentanea incapacità di elaborazione tramite la mente, dovuta ad esempio ad una condizione di stress o all’eccessiva sofferenza che un vissuto traumatico può arrivare a procurare, fa sì che tali contenuti scelgano la via del corpo per manifestarsi.
Proprio per questo dalla psicosomatica è arrivata una specifica proposta che avrebbe, tra gli altri, l’effetto di accogliere le richieste effettive e non presunte dei propri pazienti e in più contribuirebbe a ridurre notevolmente la spesa sanitaria, evitando prestazioni inutili e spesso costose.
L’idea è quella di partire dai medici di base, primo filtro di ogni condizione patologica, fisica o psichica che sia, fornendo loro una formazione in ambito psicologico o in alternativa, affiancando loro uno psicologo che possa, con l’uso puro della clinica, contribuire ad individuare i casi in cui i sintomi possano far pensare ad un disagio psichico più che fisico.
Non solo, una visione diversa del paziente e un’attenta analisi della domanda, potrebbero aiutare ogni specialista ad individuare quella che è la “vera” richiesta d’aiuto, spesso celata dietro la manifestazione di un sintomo fisico.
Ritornando all’esempio precedente, quello delle persone anziane, chiunque abbia avuto l’opportunità di rapportarvisi, a prescindere dal contesto, familiare o professionale, può facilmente riconoscere loro un estremo bisogno di attenzione e di ascolto. Il semplice sfogo verbale sulla propria condizione, sulla quantità di sintomi che necessariamente si manifestano e che sono lo specchio di un processo evolutivo normale non patologico, è spesso per la persona anziana fonte di sollievo pur non risolvendosi in una ricetta rossa e potrebbe alla lunga raggiungere scopi terapeutici se si configurasse come un aiuto competente e più strutturato.
Allo stesso modo individuare condizioni psicosomatiche, fornirebbe un aiuto reale a chi quotidianamente sperimenta una focalizzazione eccessiva sul corpo. In questo caso l’ottica della prescrizione senza limiti non farebbe altro che colludere con una richiesta e una modalità che rappresentano, spesso in modo inconsapevole, una fonte di sofferenza per chi quella richiesta la formula.



Ottima analisi, in tutto condivisibile. Da buon ipocondriaco (per hobby, se non per mestiere :D), so che vuol dire. Certamente, il corpo ci manda segnali, come il mio terapeuta-naturopata Andrea Cappelletti (http://www.postpopuli.it/5432-la-medicina-olistica-intervista-ad-andrea-cappelletti/) sempre sottolinea, dicendo che “mica ci può scrivere i bigliettini”. Sta a noi interpretarli, e ricondurre (anche con l’aiuto di persone competenti, nonché di rimedi naturali, anziché di farmaci “a palla”) ogni fobia fisica a una radice mentale, a una dinamica irrisolta del nostro universo emotivo. Sì, credo – anche per esperienza – che i medici di base possano far tanto, per dirimere alla radice (solo le) questioni che non necessitano di eccessivi approfondimenti.