di Arturo Vitali
Ora che il governo Monti è perfettamente insediato, pur tra provvedimenti che scontentano ora questo, ora quello, l’Italia sembra avviata a recuperare un minimo di stabilità e di credibilità a livello internazionale, e anche i cittadini sembra stiano ricominciando ad assaporare i frutti di un certo tipo di attitudine sociale e mentale, riprendendosi dalla sbornia collettiva che li ha afflitti per mesi e sotto sotto per anni.
Questa sbornia si chiama effetti del populismo e, tante volte ce ne fosse bisogno, vale la pena soffermarsi un attimo a riflettere su che cosa il populismo sia in tutte le epoche storiche e in tutti i paesi del mondo e su come si sia declinato in questi anni in salsa italiana. Il populismo ancor prima che un’epidemia sociale è uno stato mentale, un tratto del carattere o una forma di attitudine psicologica, particolarmente suscettibile al richiamo del branco e agli effetti di talune pressioni di tipo sociale.
Quando gli individui si sentono minacciati da un clima di conflagrazione sociale, non tutti hanno la capacità di tollerare la frustrazione, mantenere la fiducia e salda la rappresentazione della realtà – così da darsi spiegazioni corrette delle vicende sociali e politiche -, imboccando strade idonee alla soluzione dei problemi ancorché spesso lunghe, dolorose e cariche di sacrifici. C’è chi perde facilmente la testa, va in confusione, e preferisce dare spazio alla parte più primitiva e infantile della personalità, quella che vorrebbe tutto e subito, la botte piena e la moglie ubriaca, e non tollera le contraddizioni. O peggio ancora c’è chi dà la stura alla parte cinica della personalità, quella che si compiace del tanto peggio tanto meglio e prova dalla crisi a cavare il massimo vantaggio per sé, e poco male, anzi bene, se gli altri vanno a stare male o malissimo.
Questa attitudine non è solo italiana, è vecchia quanto la storia dell’umanità e presente, sia pure in forme diverse, in tutte le culture; è quella, per intenderci, che prestò il fianco all’avvento del nazismo in Germania, dietro la fantasia maniacale del popolo tedesco di diventare padrone del mondo. È qualcosa che non solo i sudamericani conoscono bene, ma anche gli americani del Nord, come dimostra un certo modo di fare politica diffuso largamente negli Stati Uniti. Ed è una qualità, si badi bene, che non sempre pertiene alla destra o solo alla destra. Anche a sinistra abbiamo avuto esempi tangibili, a cominciare dalla stagione del Sessantotto quando, insieme a tante istanze legittime e di grande innovazione, qualcuno parlava di abolire non solo le classi sociali ma anche la fatica di prendersi una laurea, avere un diploma, teorizzando un mondo in cui diventava possibile vivere tutti felici e contenti, come se fosse possibile far crescere la società senza soffrire e tirare a campare in barba alle frustrazioni che sono il sale dell’esperienza quotidiana. Questo tipo di populismo, che sotto mentite spoglie ritorna nella politica alla Beppe Grillo, deve lasciarci altrettanto vigili.
Del populismo, dicevo, fa parte anche una qualità nefasta: quella che porta a vedere le cose sotto la spinta di pericolose lenti emotive, che stuzzicano gli appetiti e annebbiano la visione della realtà. Come quando un uomo si trova davanti a una bella donna, che mentre parla seduce e fa capire di offrirsi a un facile rapporto sessuale attraverso il timbro della voce o le moine o il modo con cui accavalla le gambe, e poco importa se dice tutte sciocchezze, perché anzi è proprio così che comunica l’intento di fondo. Allo stesso modo i cittadini e i telespettatori, specie quelli di questi anni, sono particolarmente sensibili al metamessaggio del discorso che ruota intorno alla politica, specie quello che sollucchera la parte furba di sé e riacutizza i vizi.
Rimasi stupito quando durante la campagna elettorale delle elezioni politiche del 2006, in cui fu organizzato più di un asfittico duello televisivo tra Prodi e Berlusconi, gli osservatori in larga parte non ebbero dubbi nel sostenere che Berlusconi si era aggiudicato quei duelli. Berlusconi sa comunicare meglio, dicevano tali giornalisti, ma da quale punto di vista, mi viene da aggiungere? E per dire che cosa? Comunica meglio quello che parla alla parte adulta, sana e responsabile della personalità, o quello che parla alla parte infantile e regressiva, cioè che lascia intendere che indipendentemente dai programmi politici, di per sé intercambiabili, lui possiede la soluzione, conosce la via della semplificazione della realtà – ad esempio per far pagare meno tasse agli italiani, specialmente a coloro che le dovrebbero pagare e non l’hanno mai pagate per davvero – ?
Forse non sembra, ma questo richiamo, il richiamo del canto delle sirene, è sempre annidato in molti di noi, e più di quanto non si direbbe tende a ritornare fuori tutte le volte che ci sono le elezioni e comincia la campagna elettorale. È il richiamo di quello che molti vogliono sentirsi dire, c’è poco da fare.




il populismo è sempre molto attuale, verissimo…
gran bel punto di vista. topico il passaggio in cui cittadino e telespettatore si sovrappongono(“Allo stesso modo i cittadini e i telespettatori, specie quelli di questi anni)
…specchio del modo in cui viene fatta e allo stesso tempo percepita la politica in questo momento storico. momento che per la verità inizia a sembrarmi molto lungo!
Decisamente daccordo sulla diagnosi(?) dell’attuale società. Sono parecchi i messaggi verbali e non che la tv invia dritti dritti alla nostra mente, mi è capitato di guardare la Versione di Banfi e ho dovuto smettere perchè Lui è il re di questo.
Tornando alla politica attuale, una strada va presa prima di cadere nel baratro, quella precedente a molti non andava giù, quella attuale neppure, io dico che queste due soluzioni di certo sono meglio di una recessione.