ABBEY ROAD, IL 26 SETTEMBRE 1969 CHE HA FATTO LA STORIA DELLA MUSICA

di Leonardo Masi

Il 26 settembre 1969 uscì nel Regno Unito Abbey road. Con questo album i Beatles finiscono di esistere come gruppo, anche se non è questo l’ultimo titolo nella loro discografia. Infatti l’anno dopo uscirà Let it be, frutto però di sessioni di registrazioni effettuate prima di quelle per Abbey Road. Un disco mitico, come lo sono tutte le opere dei Beatles. Le classifiche che piacciono tanto alle riviste specializzate (ormai specializzate solo in classifiche, appunto) mettono sempre al primo posto fra i migliori dischi di tutti i tempi Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band, ma sembra più che altro un gesto che si ripete automaticamente, perché Abbey road non è meno bello, né meno importante.

Il gruppo era allo sfascio, con un John Lennon dipendente dall’eroina, un George Harrison che non era più disposto ad accettare l’egemonia di McCartney e dello stesso Lennon come autori dei brani. Abbey road è dunque il risultato di un compromesso fra visioni diverse di quello che avrebbe dovuto essere il lavoro finito, e probabilmente non accontentò nessuno. Di fatto, quando registrarono il disco i Beatles erano già irrimediabilmente sciolti, ma dovevano ancora onorare un contratto con la EMI. Comunque quasi mai si trovarono tutti e quattro contemporaneamente in studio (difficile a credersi, quando si ascolta il risultato).

Nonostante nella musica pop inglese si stesse già aprendo una nuova era e un movimento, il progressive, del quale i Beatles non facevano parte (il primo disco dei King Crimson è del 1969), Abbey road è un disco proiettato nel futuro, con mille idee e intuizioni che, anche se non sono presentate in maniera così sfacciata come nello White Album, percorrono l’opera dalla prima all’ultima nota. I want you (she’s so heavy) che anticipa l’hard rock, ma forse anche il punk (!) con quel finale cupo, pesante e ossessivo, Because, che rovescia gli arpeggi della Sonata 14 di Beethoven e introduce i sintetizzatori moog nella già ricca strumentazione del gruppo, Golden slumbers dai raffinatissimi arrangiamenti orchestrali, Here comes the sun con i ritmi dispari, il cosiddetto Medley che occupa tutta la seconda parte e anticipa le lunghe suite del progressive; oltre ai soliti “scherzi” che faranno epoca, come quello di finire il lato A bruscamente e quello di mettere alla fine del lato B una ghost track di quindici secondi (chi ha il vinile noterà che è incisa sulla parte lucida del disco prima del cerchio in cartone).

Ma forse era meglio non cominciare neppure a parlare del contenuto musicale di questo disco, per non ripetere in così poco spazio solo delle banalità. Chi non l’ha ascoltato tutto da capo a fine lo ascolti subito. Immediatamente! Marsch! E come si fa a non avere voglia di ascoltarlo guardando solo la copertina: senza titolo, nessuna scritta, solo i fab four che attraversano una strada in una foto che ha scatenato i fan a cercarvi indizi misteriosi di qualsiasi tipo. Quella strada è appunto Abbey road, dove si trovano gli studi di registrazione della EMI che hanno visto nascere questo ed altri capolavori. Abbey road, nome evocativo, tipo Peyton Place o Twin Peaks. Luogo di misteri? Luogo in cui si decidono le sorti del mondo? Di certo qui si sono decise le sorti della musica.

Leave a Reply

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.