ALBERT SCHWEITZER, UN GIGANTE IN DIFESA DELLA VITA

di Evi Mibelli

Figura immensa, tuttavia poco ricordata, Albert Schweitzer ha dato un contributo fondamentale ai temi dell’etica e del rispetto della vita. La sua scelta di medico, votata al bene degli altri e dei sofferenti, non ha escluso gli animali che, anzi, rappresentano un punto chiave del suo pensiero. La crisi dell’Occidente, dei suoi valori e il vuoto di passioni che caratterizzano l’orizzonte di oggi, sono stati ampiamente anticipati da questo uomo che ha condiviso, in grandezza, il cammino di tolleranza, di non violenza e di inclusione di Gandhi, ricevendo nel 1953 il Premio Nobel per la Pace.

Albert Schweitzer (da rosanoci.wordpress.com)

Nato nel 1875 a Kaysersberg, nell’Alta Alsazia, figlio di un pastore protestante, si scopre fin da ragazzo particolarmente sensibile alla ‘sofferenza’ degli altri e degli animali. Nelle sue memorie ricorda: “Ho sempre sofferto per la grande miseria che vedevo nel mondo. Non ho mai realmente vissuto la gioia spontanea della fanciullezza e credo che molti bambini si sentano così anche se, visti da fuori, sembrano felici e spensierati. Tra le cose che mi facevano soffrire di più era vedere dei poveri animali costretti a sopportare dolori e privazioni terribili. Ricordo un cavallo vecchio e zoppicante, trascinato da un uomo che lo picchiava mentre lo portava al mattatoio. Questa immagine mi perseguitò per anni…”. Anima sensibilissima, alla scuola affianca la passione per la musica barocca – in particolare per Johannes Sebastian Bach, di cui diviene eccelso interprete – accompagnando il padre Ludwig con l’organo, nelle funzioni liturgiche. Nel 1899 si laurea in filosofia e nel 1900 ottiene anche il Dottorato in Teologia.

La spinta interiore verso gli altri, i sofferenti, che mai s’è sopita nel corso della sua gioventù, lo porta, nel 1905, a iscriversi alla facoltà di medicina di Strasburgo, col preciso intento di servire i bisognosi. È una ‘chiamata’ cui non si sottrae e che permea ogni sua azione futura. Nel 1911 si laurea in medicina con la specializzazione in malattie tropicali. Una scelta precisa e motivata dalla volontà di andare in Africa equatoriale – in Gabon per la precisione – per fondare la missione di Lambarènè (1912). Per farlo chiede aiuto ai missionari offrendosi gratuitamente come medico, ma… l’aiuto gli è negato perché non ‘allineato’ ai dettami della fede che vedono prevalere il ‘rito’ sulla sostanza della fede stessa. Si prodiga affinché si possano raccogliere fondi sufficienti per aprire un ospedale, e lo fa attingendo dal suo talento per la musica, programmando concerti che resteranno la principale fonte di sostegno del suo immenso e commovente progetto.

L’ospedale nasce nella foresta e si materializza con il lavoro delle sue mani. Mani che, quando non operano, sono impegnate negli umili lavori di carpenteria e di muratore. Il miracolo si compie perché la popolazione del luogo diventa parte attiva di questa costruzione, che rappresenta una speranza nuova tra tanta miseria e povertà. Ma c’è di più: la capacità di Albert Schweitzer di guardare oltre le proprie convinzioni e aprirsi alla cultura del luogo, al punto da spingerlo a stravolgere le regole della medicina occidentale. È necessario, per Schweitzer, curare gli ammalati nel rispetto delle loro usanze, perchè solo questo aiuta il processo che porta alla guarigione. “Un ospedale europeo non è nulla di tutto ciò….”. La lungimiranza di Albert Schweitzer sta anche nell’approccio alla cura, che “…nella Vera Medicina è ciò che allevia e lenisce i mali dell’Anima, e attraverso essa, il corpo ne trae autentico beneficio…”.

È un uomo austero e dal fisico asciutto, conduce una vita semplicissima… quasi monastica, cibandosi sostanzialmente di frutta e verdura. E nulla, nella sua quotidianità, viene sprecato. Scrive – e Schweitzer ha lasciato numerose testimonianze scritte – sul retro delle buste, delle bolle merci, su quanto è possibile recuperare e riciclare. La sua è una concezione di vita essenziale, poverissima. Ma piena di ciò che non si compra: la dedizione e l’amore per ogni piccola vita, azione, pensiero. Qual è la grandezza di Schweitzer? Perché è anche un esempio fondamentale per la ‘causa’ animale?

In Civilisation and Ethics, la sua risposta alla crisi spirituale della nostra civiltà si sintetizza nel riprendere il contatto con le questioni elementari che riguardano la vita e il mondo. La filosofia – secondo Schweitzer – si è progressivamente invischiata in questioni secondarie. La sua visione, invece, è cristallina. “L’etica – dice – consiste nel trovarmi costretto a mostrare verso tutto ciò che vuole vivere lo stesso rispetto che provo per me stesso. Qui sta il principio base della moralità che è una necessità del pensiero. È giusto sostenere e incoraggiare la vita; è sbagliato distruggere la vita e ostacolarla”. Cosa se ne deduce? Per Schweitzer il ‘rispetto’ non è un principio tra tanti ma è il solo fondamento della morale. Amore, compassione, sentimento… sono nozioni importanti ma sono TUTTE sottomesse al concetto di rispetto.

Si possono ben capire le implicazioni che tale approccio – la cui semplicità e chiarezza sono folgoranti – determina sul piano delle scelte e del comportamento. “L’essere umano può definirsi un essere etico soltanto se considera sacra la Vita in se stessa, sia essa vita umana, sia quella di ogni altra creatura”… Lo stesso Schweitzer sottolinea come le tante, tantissime crudeltà perpetrate dagli uomini siano solo in minima parte determinate da istinti primordiali. Per lo più sono il risultato di ignoranza e di abitudini consolidate. Ne emerge, paradossalmente, che le barbarie sono più un fatto di ‘diffusione’ che non di pura violenza incontrollata e incontrollabile. Significa che gran parte del percorso verso la Non Violenza è un percorso fatto di consapevolezza e di comprensione del proprio agire e delle conseguenze che tale ‘agire’ ha sulle altre vite.

Questo modo d’intendere l’esistenza nella sua interezza, la capacità di stupirsi per la bellezza della Natura e della sua perfezione, il considerare tutto “Vita”, sono la base etica per l’agire umano.
“Ciò che più di tutto fa di un essere umano un uomo è la sua empatia per tutte le creature viventi. Quando aiuto un insetto in difficoltà non faccio altro che cercare di espiare una parte delle colpe dovute ai crimini commessi contro gli animali”.

da ilsoffioultrafanico.net

A Lambaréné regna la fratellanza e l’uguaglianza: persone di etnie, di religioni e di colore di pelle differenti convivono in armonia e questa forma di rispetto contempla anche animali, fiori e piante. Schweitzer crede nel potere educativo dell’esempio, ed è proprio nel suo ‘comportamento’ e nelle sue parole che trasmette l’insegnamento più grande. Tanto che nel suo ospedale, dove non mancano momenti di allegria, consegna a un ragazzino di dieci anni una formica trovata nel corridoio dicendogli: “questa è la mia formica personale. Abbine cura, ragazzo. Ti riterrò responsabile se dovessi spezzargli le zampe”. Il dolore del nostro prossimo – umano o animale che sia – è qualcosa che ci riguarda. Sempre. Il nostro compito è alleviarlo, è prendere parte alla vita e averne cura. Il comandamento più importante… non uccidere.

La compassione, sulla quale dovrebbero basarsi tutte le filosofie morali, può raggiungere la massima profondità solo se riguarda tutti gli esseri viventi. Tutti.
L’etica del rispetto per Schwietzer è quella forza che dovrebbe unirci nella ricerca di un’opportunità per aiutare in qualche modo anche gli animali, per risarcirli dell’immensa miseria causata loro dagli uomini. “Non ci si deve chiedere se un essere vivente – qualsiasi esso sia – meriti la nostra simpatia o se sia capace di provare sentimenti…è vivo. E questo basta”.
Il 4 settembre 1965 Albert Schweitzer muore, all’età di 90 anni.
L’ospedale di Lambaréné è oggi uno dei più importanti ed avanzati di tutta l’Africa, ma il lascito che egli dona all’intera umanità è qualcosa di assolutamente unico: la sua passione, il suo spirito e il suo esempio.
E ci regala la chiave per superare le nostre inquietudini: “L’uomo non troverà la Pace interiore finché non imparerà a estendere la propria compassione a tutti gli esseri viventi. Uomini, animali, piante”.

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