di Luca Moreno
Chiariamo subito che “Alea iacta est”, “Veni, vidi, vici”, “Qui si fa l’Italia o si muore”, “Se non hanno pane, che mangino brioches”, “Tu quoque Brute, filii mi” e soprattutto “Ave Caesar, morituri te salutant” sono frasi che non sono mai state dette o comunque non ci sono prove storiche, distinte dalla tradizione, che siano state dette. “Tu quoque Brute, filii mi” e “Alea iacta est” poi, ammesso che siano mai state pronunciate da Giulio Cesare, furono semmai dette in greco, come ci dicono, rispettivamente Svetonio e Plutarco, poiché l’aristocrazia romana non si esprimeva nella lingua latina ma, appunto, in greco.
Però vi sono delle ragioni che stanno alla base della nascita di queste espressioni: esse effettivamente svolgono un ruolo, per così dire, di sintesi. Comunicano un’idea in modo immediato: tipico il caso di “Qui si fa l’Italia o si muore”, sicuramente mai proferita da Garibaldi, che in un solo concetto esprime perfettamente l’idea di un’occasione storica irripetibile per unificare il Paese. Un caso a parte è quello delle brioches: Maria Antonietta, Regina di Francia e consorte di Luigi XVI era fuor di dubbio una donna frivola; d’altra parte come poteva essere diversamente visto che all’età di quattordici anni aveva una disponibilità illimitata di denaro per tutti i suoi abiti e divertimenti? Tuttavia, questa espressione nasce nell’ambito di una pubblicistica, assai diffusa in quel tempo, che dipingeva la regina come una prostituta dedita ai vizi più terribili. È assai probabile che l’atmosfera a Versailles anticipasse quella assai più tarda di Arcore, però non sono mancate le esagerazioni, alle quali né la Regina né il Re dettero peso, sbagliando; perché quando poi scoppiò la Rivoluzione queste affermazioni oltre misura, divennero Vangelo trasmesso rigorosamente ai posteri, i quali non ebbero nessun interesse a smentire e tanto meno a riabilitare una figura così imbarazzante come quella di Maria Antonietta.
Il caso della Regina di Francia è analogo a quello di Nerone, passato alla storia, come è noto, per un pazzo piromane; che Nerone non fosse un uomo mite è fuori discussione, ma certamente non incendiò Roma e tanto meno si preoccupò di suonicchiare la sua lira mentre la città andava a fuoco. Il problema era che il Senato, grande nemico dell’Imperatore, aveva, diremmo oggi, l’assoluto controllo dell’informazione e quindi tutto l’interesse a rappresentare Nerone nei termini appena descritti allo scopo di distruggerlo; tale interpretazione poi si cristallizzò nei secoli e per lungo tempo non venne mai “revisionata” perché perfettamente funzionale a descrivere la crisi della dinastia Giulio Claudia, di cui Nerone è l’ultimo rappresentante.
Il caso di “Ave Caesar, morituri te salutant” – invenzione ottocentesca – è poi addirittura ridicolo, perché un gladiatore ben addestrato costava al suo padrone un sacco di soldi; non vi era quindi nessun interesse a farlo morire nell’arena, se non in casi davvero particolari. I gladiatori cioè dovevano essere tanto bravi da farsi scannare senza arrivare troppo presto al decesso, in modo da poter essere riutilizzati in più combattimenti, perché solo in questo caso si poteva sperare di rientrare in un investimento che poteva essere anche molto oneroso. Alcuni sostengono che la frase fosse pronunciata dai condannati a morte, in un particolare periodo (regno dell’Imperatore Claudio); ma non in questa forma e anche di questo non si hanno prove certe; è davvero poco probabile che ai condannati a morte, magari per tradimento, si concedesse l’onore di salutare pubblicamente l’Imperatore.
Non parliamo poi dell’olio bollente versato dagli spalti dei castelli medioevali. Per darvi un’idea dell’assurdità di questa favola, sarebbe un po’ come se noi per cercare di contrastare un ladro che tenta di arrampicarsi sul nostro balcone gli rovesciassimo addosso un paiolo pieno zeppo di monete da un euro. L’olio cioè era un prodotto pregiato; molto probabilmente si trattava di acqua calda o pece.
Quando poi sentite nei film chiamare i monarchi “Maestà” sappiate che, se questo termine è usato prima del Cinquecento, si tratta di un anacronismo storico, poiché è solo a partire da quel secolo che esso iniziò ad essere usato, in genere al posto di “Vostra Grazia” o “Sire”. Invece la frase “Se voi suonerete le vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane” detta dal fiorentino Pier Capponi a Carlo VIII, Re di Francia che nel 1494 voleva fare il prepotente, è vera; per contro, falsi gli innumerevoli meriti ascritti a Carlo Magno, che se avesse realizzato tutto quello che di solito gli viene attribuito avrebbe dovuto vivere almeno centoventi anni. Ma ce n’è anche per Lorenzo il Magnifico, signore mediceo, simbolo del Rinascimento. Quando Lorenzo giunse al potere, i maggiori capolavori – la Cattedrale con la sua cupola, il Battistero con le sue porte, la Cappella dei Pazzi, il Convento di San Marco, Palazzo Medici – erano già stati tutti realizzati. Inoltre il Magnifico compì errori non lievi, quale quello di non impedire al grande Leonardo da Vinci di abbandonare Firenze per Milano e di privilegiare Pisa come sede degli Studi Universitari danneggiando quindi, sotto questo aspetto, la stessa Firenze. E ancora, le due meraviglie del Botticelli La Primavera e la Nascita di Venere non sono state dipinte per il Magnifico, anche se spesso a lui viene accreditato il merito della loro realizzazione, bensì per l’omonimo Lorenzo il Popolano de’ Medici, cugino del Lorenzo più celebre; ed anche la figura del Magnifico “poeta” è assai dubbiosa, per ciò che concerne l’attribuzione delle opere. Insomma il mecenatismo di Lorenzo sarebbe un’esagerazione.
Le “bufale” storiche non si limitano però a locuzioni inventate o ad interpretazioni non corrette delle qualità dei personaggi celebri, ma riguardano anche le condizioni di vita delle persone. Leggete, per esempio, come si viveva, non dico nei bassifondi ma nelle regge spesso rappresentate nei film come luoghi sublimi. Ai tempi di Enrico VIII, Re d’Inghilterra (prima metà del Cinquecento) vi era la deprecabile consuetudine di cospargere di paglia i pavimenti in terracotta per nascondere briciole di cibo, schizzi di birra e ossi; la paglia veniva cambiata quando l’odore diventava acre in modo intollerabile, ma uno strato inferiore incollato al pavimento da anni di sputi, vomiti e bisogni di cani restava lì per decenni. Ecco perché la Corte si spostava continuamente da un palazzo all’altro: per consentire al personale di rendere accettabili gli ambienti. La stessa Regina Elisabetta I d’Inghilterra, figlia di Enrico VIII e di Anna Bolena (siamo nella seconda metà del XVI secolo) soleva girare nelle sue stanze con qualche erba profumata da tenere costantemente sotto le narici per cercare di combattere l’odore insopportabile che saturava i suoi palazzi. Pulci, pidocchi e cimici si annidavano ovunque: negli oggetti di legno, nei pavimenti, nei letti, negli armadi; insetti d’ogni sorta infestavano i contenitori delle derrate e i panni di lana.
Negli ambienti meno altolocati le cose ovviamente andavano ancora peggio: le taverne erano male arieggiate, le lenzuola cambiate raramente, un bicchiere usato da molti, le stoviglie lavate approssimativamente. Nello stesso modo, non si è forse sufficientemente coscienti di quanto fossimo abbandonati a noi stessi prima dell’avvento di una Medicina basata su principi scientifici. Innanzitutto le donne avevano ottime probabilità di morire di parto e quasi sicuramente, in questo come gli uomini, di peste; se poi eravate colpiti da qualche malattia, anche non necessariamente grave, i frequenti salassi e le cure del tutto difformi da qualsiasi elementare regola razionale contribuivano in moltissimi casi a spedirvi al Creatore. Quando il Magnifico fu vicino al momento estremo, per tentare di strapparlo alla morte gli venne somministrato un infuso di perle e pietre preziose opportunamente polverizzate… Se ci pensate, non fa una grinza: perle e diamanti sono oggetti preziosissimi, assunti come medicina non possono che fare un gran bene! Insomma, amici miei, anche per la Storia, così come per la politica non bisogna mai avere una visione troppo romantica; bisogna controllare, sempre, prima di credere a qualsiasi cosa; ma soprattutto non bisogna lamentarsi troppo dell’epoca in cui abbiamo avuto, con tutti i suoi macroscopici difetti, la fortuna di nascere.


