ALICE NEL PAESE DELLE DOMANDINE: STORIE DAL CARCERE

di Claudia Boddi

Alice nel paese delle domandine è un’antologia – uscita nel 2011 per la Casa Editrice Le Lettere di Firenze – che raccoglie i contributi di alcune detenute del carcere di Sollicciano che hanno partecipato a un corso di scrittura creativa, organizzato come attività rieducativa all’interno della struttura fiorentina. Il progetto è stato seguito e condotto da due insegnanti, una delle quali – Monica Sarsini – ha curato, insieme a Roberta Mazzanti, anche la redazione e l’editing degli scritti elaborati.

Oltre a essere un libro consigliabile a tutti per gli spazi interni che apre e per i canali nuovi che propone, l’opera, che racconta storie di persone normali, lontane e prossime allo stesso tempo, è molto significativa anche per quel che riguarda il tema – già affrontato su questo blog – del sovraffollamento carcerario e delle condizioni nelle quali i rei sono costretti a scontare le pene.

Sollicciano detiene il primato come casa circondariale in cui si è verificato il maggior numero di tentativi di suicidio, nell’anno 2011, seguito da Lecce e Teramo. Le recluse, che hanno collaborato alla raccolta, testimoniano una situazione di vita quotidiana angosciosa, dove cambiare una lampadina bruciata in cella, diventa un vero e proprio problema a fronte della scarsità di risorse economiche e organizzative messe a disposizione. Senza considerare il vitto deteriore e di seconda qualità (certo, nessuno penserà di essere al Ritz), le difficoltà all’interno della struttura detentiva aumentano soltanto se ci si sofferma a riflettere sulla conformazione della sua costruzione. Grandi casermoni ellittici, “solcati da lunghissimi corridoi, gelidi d’inverno e bollenti d’estate, suddivisi in celle dalla forma asimmetrica e non rettangolare o quadrata come le stanze dove siamo abituati a vivere, i blocchi di cemento e sbarre di ferro che racchiudono i locali di uso comune, come palestra e biblioteca, disposti in modo sgraziato e disarmonico tanto che, dopo aver camminato lungo un dedalo di corridoi per raggiungere la meta, si perde completamente il senso dell’orientamento e non si sa più dove si sia rispetto a dove siamo partiti”.

Sovraffollamento e condizioni di vita di poco superiori alla sopravvivenza non contribuiscono a creare le basi affinché la detenzione possa svolgere la sua funzione istituzionale, ossia: il reinserimento sociale dei colpevoli, dopo che questi abbiano scontato la condanna loro destinata. In linea teorica – o forse, sarebbe più opportuno dire, utopica – uno degli obiettivi dello Stato dovrebbe essere quello di trasformare l’individuo da escludere in soggetto da includere, allo scopo di renderlo nuovamente produttivo, una volta fuori dalle mura invalicabili,  e non una zavorra per il mondo in cui vive. Questo spesso però non avviene: basta osservare con quanta velocità e frequenza gli ex detenuti ritornano dietro le sbarre e quali e quante difficoltà incontrano nell’affrontare la più semplice normalità.

Tra decreti “svuotacarceri”, aministia sì, amnistia no, indulto parziale, aumento dell’accesso alle misure alternative e quant’altro, il tema del sovraffollamento carcerario rischia di diventare ridondante e di allontanarsi dal nodo centrale del problema: la gestione della popolazione deviante che definisce, tra le altre cose, il grado di civilità di un paese.

Alice nel paese delle domandine è “una creatura impetuosa e gentile”, nata e animanta affinché potesse “uscire dal carcere e farsi ascoltare, perché parla con una voce più potente di quella di ciascuna di loro e possiede una fibra di carta e inchiostro più tenace dei corpi in carne e ossa, spesso stanchi e consumati”. 

2 Comments

  1. Sara 12/04/2012
  2. Simone F 12/04/2012

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