Marco Grassano spiega le ragioni per aprire un Centro Italiano di Geopoetica, affiliato all’Institut International de Géopoétique, fondato da Kenneth White nel 1989, e che ha sede in Bretagna. Alla base, le irrimandabili questioni relative alla tutela dell’ambiente e del paesaggio.
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PERCHÉ UN CENTRO ITALIANO DI GEOPOETICA
di Marco Grassano
Da ventun anni, ormai, mi occupo, per lavoro, di tutela e valorizzazione ambientale, nel settore pubblico: in campi d’azione che spaziano dalle risorse idriche ai rifiuti, alla valutazione di impatto ambientale e alla gestione del territorio. È un’attività che svolgo con convinzione, e alla quale ho affiancato l’hobby della cura di mostre d’arte (per l’Ente nel quale lavoro – la Provincia di Alessandria – e per altri), della scrittura di viaggio e di paesaggio (con qualche volume e con interventi su varie riviste, cartacee e on line) e della promozione culturale in genere.
Proprio sulla base dell’esperienza maturata in questa mia duplice attività tecnico-culturale, ritengo indispensabile un rapporto stretto e diretto tra le arti e le scienze, perché ho verificato come le conoscenze scientifiche (botanica, geologia, biologia, chimica, ecc.) possano aiutare, per esempio, l’artista figurativo o lo scrittore a “vedere”, a “leggere”, a “capire” meglio il paesaggio che lo circonda, per poterlo più efficacemente riprodurre o evocare, mentre l’affinamento di un gusto estetico elaborato sull’arte e la letteratura aiuta lo scienziato o il tecnico ad essere più armonico – e più rispettoso dell’armonia generale della Terra – nelle sue ricerche o nelle sue progettazioni, e più chiaro nelle sue esposizioni. Per quanto riguarda la chiarezza stilistica, voglio portare l’esempio di Edoardo Boncinelli, importante biochimico e genetista italiano, del quale possiedo numerosi libri, scritti in maniera esemplarmente chiara. Uno di questi è una traduzione dei lirici greci, che sono tra le sue letture di una vita (il professore è nato a Rodi da genitori toscani). Ebbene, sono personalmente convinto che Boncinelli riesca a scrivere così chiaramente (e così bene) anche in virtù di questa sua frequentazione degli antichi (ha anche tradotto il “Prometeo incatenato” di Eschilo, per esempio, che è il paradigma, se vogliamo, dello scienziato che rivela all’umanità le conoscenze tecniche da lui acquisite, dal fuoco in poi… magari a proprio rischio e pericolo).
Il mio incontro con l’opera di Kenneth White è avvenuto dopo che gli è stato assegnato il Premio Grinzane-Biamonti (avevo frequentato Francesco Biamonti, e avevo imparato da lui quali potessero essere i benefici derivanti, per la qualità della scrittura letteraria, dall’attenzione ai grandi e piccoli, ma sempre fondamentali, fenomeni della Natura): mi è parsa un’opera perfettamente in sintonia con quella dell’indimenticabile scrittore ligure.
Non solo, ma il lavoro meticoloso e coinvolgente di White mi ha esortato ad attivarmi a mia volta nella direzione “divulgativa” (cercare di far conoscere tanti angoli di interessante Natura, che si possono trovare ovunque: anche a non molta distanza dalle realtà intensamente e malamente antropizzate della nostra Pianura Padana, ad esempio), suggerita da uno dei miei maestri di etica ecologica, l’entomologo nordamericano Edward O. Wilson, che nel suo libro The Diversity of Life scrive: “Il giusto modus operandi (per la salvaguardia degli ecosistemi) consiste nell’affidare alla legge il compito di dilazionare, alla scienza quello di valutare, e alla conoscenza diffusa quello di conservare. V’è un principio insito nei comportamenti umani, che per la conservazione ha grande importanza: quanto più un ecosistema è noto, tanto meno corre il rischio di finire distrutto. Come afferma il conservazionista senegalese Baba Dioum: ‘Alla lunga, conserveremo solo ciò che amiamo, ameremo solo ciò che comprendiamo, e comprenderemo solo ciò che ci insegnano’”. Riflessione molto consona a quest’altra, del compianto geografo (e docente al Politecnico di Milano) Eugenio Turri, pure lui mio maestro di idee: “I miei libri hanno, secondo il mio intento, l’obiettivo di indagare le relazioni tra uomo e natura, tra cultura e natura, cercando soprattutto di ispirare passione e interesse per il paesaggio, in quanto risultato ultimo, visivo, di portata ambientale, ecologica, dei percorsi storici, sociali e psicologici. Esso è la proiezione del nostro Heimat, dell’ambiente del nostro vivere, riferimento delle nostre più profonde identità. Questa mi sembra la lezione più utile da dare, perché il problema della tutela e del rispetto per il paesaggio è un fatto intimo, da riportare alla coscienza individuale, anche se rientra tra i grandi fatti territoriali, collettivi e addirittura planetari. Non servono prediche, indicazioni disciplinari pesanti, ma solo la lieve carezza di uno sguardo verso il maggiore dei doni che ci sono stati dati sulla Terra, e che quindi deve essere amato e rispettato come bene sacro, troppo spesso tradito in cambio di beni puramente materiali”.
Ho la fortuna di disporre di un gruppo di colleghi e amici dalle varie professioni e formazioni (fotografi, naturalisti, geologi, architetti, esperti di sentieristica, storici delle tradizioni locali, operatori culturali in senso lato, bloggers…), attivi in varie zone del territorio nazionale (Piemonte, Liguria, Lombardia, Toscana…), che già condividono e seguono questo approccio del “far conoscere per meglio proteggere” la natura e il paesaggio. Si tratta ora, inserendo le nostre singole attività personali nel contesto di quelle dell’Istituto Internazionale di Geopoetica, e facendole diventare isole del suo grande e variegato arcipelago, di dar loro un senso più compiuto, di garantir loro un respiro più ampio, un’efficacia maggiore.
Ecco quanto desidero comunicare all’assemblea dell’Istituto prevista per il prossimo 2 maggio: Cari amici, anche in Italia, strano Paese che unisce un’eccezionale abbondanza di bellezze storiche e naturalistiche ad un consumo forsennato e demenziale del territorio, qualcuno si sforza di cambiare rotta, riconoscendosi nel vostro lavoro. Saremo davvero lieti di poter far parte del vostro gruppo.



