di Claudia Boddi
Tratto dall’omonimo capolavoro senza tempo di Lev Tolstoj, pubblicato per la prima volta – anche se non integralmente – nel 1877, Anna Karenina diventa film, per la regia di Joe Wright.
Keira Knightley presta la sua figura al leggendario personaggio tolstojano, vestendone i panni in una pellicola che tenta di riportare lo spettatore alle magiche atmosfere russe del secondo Ottocento.
È sempre arduo il lavoro di chi si sperimenta nel far diventare i libri qualcosa di apprezzabile a livello cinematografico e, più noto e autorevole è il testo scritto, più difficile diventa l’impresa. Ciò che rende questa prova più complessa è l’inevitabile confronto fra l’immaginario soggettivo proprio di un lettore e quello fornito dalle immagini che si susseguono sul grande schermo. Chiunque abbia letto la storia di Anna Karenina l’ha fatta entrare dentro di sé, si è fatto abitare dai personaggi che popolano il romanzo, ha elaborato trama e dinamiche secondo il suo personale sistema di valori, fatto di spazi costruiti su un percorso che non può essere altro che unico e originale. Talmente straripante di temi e suggestioni di tipo etico, storico-politico, sociale, religioso, l’opera di Tolstoj cede giocoforza ad una gamma molto vasta di interpretazioni.
Insieme alla Knightley, simbolo di ostinazione e fragilità, nel film anche Jude Law, dalla bellezza questa volta scientemente non esaltata a favore del ruolo intenso e psicologicamente impegnativo di Alexei Karenin, il marito monocorde e solo in apparenza disinteressato della irrequieta protagonista. La storia si svolge in un lasso di tempo che va all’incirca dal 1874 al 1877 e mostra i lati ombra delle classi alte di una Russia in sommovimento ideologico oltre che esteriore. La falsità di certi ambienti aristocratici e dei comportamenti artefatti dei nobili dell’epoca, denunciati da Tolstoj nel suo romanzo, vengono tradotti nel film attraverso una scenografia teatrale che caratterizza la maggior parte delle sequenze. La scena del ballo, dove ha luogo l’incontro fatale tra la Karenina e il conte Vronski (interpretato da Aaron Johnson), avviene su un set travestito da palcoscenico; così come accade per le visite di Anna, ormai ufficialmente fedifraga e allontanata da casa, al figlio, e per molti altri momenti del racconto. Un escamotage narrativo che viene anche a colludere con la necessità di far scorrere velocemente e in maniera non troppo faticosa per chi guarda, un testo che, invece, dettaglia minuziosamente tutti gli aspetti, anche quelli più reconditi, dell’animo umano.
Le storie d’amore guidano le vicende di Anna Karenina: oltre a quelle che lei stessa vive, molto interessante per i vari significati che rappresenta, anche quella che vede protagonisti Konstantin Levin (Domhnall Gleeson) e Kitty (Alicia Vikander). Inizialmente respinto da Kitty, invaghita di Vronski, Levin diventa poi marito e padre felice ed emblema di una corrente di pensiero che si interroga sulla contrapposizione dello stile di vita agrario a quello urbano. La drammatica passione che accende Anna per il conte Vronski, spingendola a sacrificare tutta se stessa in nome di un sentimento che in realtà neanche lei è in grado di accogliere completamente, rende l’opera immortale. Con la sua tragica fine, Tolstoj segnala che l’incapacità di guardarsi dentro, senza temere di perdersi, può portare a perdersi davvero.
Nonostante le buone prestazioni di alcuni attori del cast, il film non sempre riesce a sfumare adeguatamente gli stati d’animo e le emozioni dei protagonisti dell’opera, rendendo allo spettatore una visione d’insieme non in tutto fedele a quella del libro. Anche la scelta di alcuni interpreti – come Vronski, per esempio, troppo efebico e dall’aspetto adolescenziale -, a mio avviso, non è stata sempre azzeccata: ma, come dicevamo sopra, ognuno costruisce il proprio immaginario.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.




Condivido in pieno l’ottima chiave di lettura espressa da Claudia. Quello che in apparenza sembrerebbe un azzardo stilistico del regista (ricordo la versione di qualche anno fa con Sophie Marceau, meno audace) è in realtà la denuncia, inequivocabile, di una società rigida e schematizzata, dove l’individuo è relegato al ruolo di misero burattino e dove l’andar fuori dagli schemi si traduce nell’inevitabile emarginazione. Anna vive, si appssiona e muore perchè non accetta di sottomettersi, mette in gioco se stessa e ciò che a lei è più caro (il figlio) nel nome di un amore vero. La frase di Vronski all’inizio del loro intreccio dice tutto … “rendimi la pace (Anna) … non posso, ti darò la felicità più assoluta o la miseria (Vronski)” … niente mezze misure sono concesse, vita o morte … e così sarà … Ma Anna è un’eroina, Jude Law è memorabile nel personaggio di Karenin, Vronski non mi convince …