di Saverio Bafaro
“Arthur Rimbaud e la poetica della sparizione”
Si pensi a due grandi filoni di poeti: coloro che hanno caparbiamente rintracciato il significato collettivo, la voce corale, facendosi quindi “vati”, promotori, personificazione di un’identità di gruppo volta a scavalcarli in quanto individualità, e coloro i quali hanno sentito il bisogno di rompere la trama della tela dello “status quo”, facendosi tramiti per spingere gli occhi a guardare oltre l’illusione del tempo e rischiando per questa loro strana investitura di rimanere isolati. Sono i “poeti veggenti”, e fra loro regna il nome di Arthur Rimbaud.
Se, da una parte, la poetica simbolista finirà per creare nuove correnti, nuovi generi, allargando l’orizzonte percepibile, dall’altro porterà il prezzo della lacerazione di una visione maggioritaria, rischiando così l’alterità e l’alienazione: «Je est un autre» (“Io è un altro”) dirà, infatti, il poeta di Charleville, come presa di coscienza di una separazione tra due istanze contrapposte nel suo essere: pensare a se stessi è anche profonda distanza. L’“alterità” del poeta “veggente” non ha solo coloriture esistenziali, ma prende le mosse proprio dal riconoscimento dei limiti insiti nel mezzo linguistico, e si riferisce principalmente a una nuova e “tragica” (nietzschiana) coscienza della separatezza tra mente umana e strumenti conoscitivi, così come da una mancata pretesa, un distanziamento dell’artista dal proporre modelli ideali, precetti volti a regolamentare i comportamenti, insomma a trarsi fuori dal proporre modelli morali.
La congiuntura in cui prese vita l’iniziativa di Rimbaud vedeva crescere una sorta di asfissia e di eccessivo contenimento delle varie arti, impedendone un dialogo proficuo sia in termini materiali che in termini simbolici: la pittura nelle gallerie rigidamente gestite, l’opera ad appannaggio di pochi eruditi, la poesia che rimaneva nei suoi circoli autoreferenziali parigini, sui quali il poeta non può che portare la “realtà” del suo piscio (si veda Leonardo Di Caprio nel film di Agnieszka Holland: Poeti dall’inferno).
La sinestesia è il meccanismo conoscitivo centrale nella poetica rimbaudiana. Sinestesia è percezione simultanea fra due modalità diverse di sensazione. Queste modalità “si scelgono” in base a leggi rette dalla “similitudine”: si crea una sorta di porta che amplifica l’effetto a un livello di significato ulteriore, diverso dalla sommatoria delle informazioni provenienti delle singole “fonti”. Essere invasati, occupare o visitare uno spazio che sia contemporaneamente interno ed esterno alla coscienza, è una prova del fatto che il Poeta partorisce un “corpo estraneo”, un prodotto in massiccia misura aleatorio rispetto all’immagine originaria accolta tra i suoi sensi e il suo cuore, così come alla visione epifanica che pure ha avuto la possibilità di assorbire.
Presto il canone della tradizione inizia a rappresentare un vestito troppo stretto, a venire volutamente imbrigliato nella metrica del sonetto. Su tutti, si può ricordare uno dei più bei componimenti di Rimbaud, ma anche del simbolismo francese in genere, ovvero La mia bohème/(Fantasia), ove si preannuncia la modernità del sentire la condizione esistenziale del poeta sradicato, errabondo, consolato solo da piccoli indizi sparsi nell’immensità di un cielo stellato (per mai più trovare la strada del ritorno a casa…).
In quanto poeta della “disfatta”, farà cenere di quello che in sintesi possiamo chiamare “genere poetico”. Le lettere escono fuori da questa rivoluzione e palingenesi di significati come infantilmente motivate, disorientate rispetto alla maggiore vastità e alla più ampia possibilità di riuscire a dilatare le immagini. Ciò si rende possibile e si concretizza visionando “a tutti i costi” il Selvaggio, con l’istintività depotenziata del fanciullo e del ribelle per cui il movimento è sempre una dichiarata aggressione, un atto dagli esiti irrimediabili, perché è la chimica sottostante a produrne un cambiamento incontrovertibile ed evidente. Altalenante tra esaltazione e auto-vilipendio, tra viaggio e stasi, il poeta vive gli estremi, come tenne a dire splendidamente in quella che sembra una missiva tra addetti ai lavori, mentre è in realtà una dichiarazione di modernismo a tutti i livelli: la cosiddetta Lettera del Veggente.
Il Poeta non può e non deve trarsi indietro, va incontro alla vulnerabilità, a ciò che si pone “là fuori”. Dà tutto per immergersi nel rischio, nel pericolo, nell’azione, intensificando fino al culmine il suo sentire; le sue forze si esauriscono, ogni sua energia viene consumata. Vissuta appieno l’urgenza, il coinvolgimento, l’essere presente a se stesso, sente come spinta contraria, complementare, ma funzionale per completare appieno il Viaggio, il bisogno di abiurare, di rinascondersi, di ritirarsi, infine di sparire. Quali migliori versi a sottolineare la presenza-assenza del suo destino, quella forma esistenziale intrinsecamente alienata e dilaniata dalla consapevolezza della fine di un’epoca ormai tramontata: «Veglia, o mia anima assente!».
Arthur Rimbaud serberà così l’essenza più autentica delle cose apparse lungo il suo inquieto ma glorioso cammino, lungo la sua breve parabola umana fatta di miracolosa apparizione e voluta sparizione, avendo però per sempre depositato ̶ nel mentre di queste due tappe ̶ un luminoso messaggio rivolto alle menti del futuro.



