di Giorgio Galli
Atene, capitale povera
Entriamo. Il ragazzo della reception ci ha consigliato un ristorante per la cena: un ristorante a basso prezzo e non per turisti. Un ristorante dove vanno gli ateniesi. Al tavolo accanto siede una famiglia, ma solo un uomo ha un piatto e lo mangia: gli altri lo guardano mangiare. I pochi avventori indossano abiti smandrappati e hanno i denti sporchi. Una bambina ha un cellulare in mano, ma non mangia. Strane contraddizioni. La cuoca del ristorante è decrepita, ci apre con mani tremanti pentoloni di cibi che borbottano fra le bolle della cottura.
La sua voce è una ninnananna che ho già sentito in Portogallo, in Brasile, nei Balcani. È la parlata della miseria e del dolore. Non è la parlata dei film neorealisti italiani. Chi pensa che l’Italia possa diventare una Grecia si sbaglia. L’Italia non ha questa capacità di abbandonarsi al dolore. Ma né noi né gli ateniesi abbiamo più la dignità di essere poveri. La dignità dei personaggi di Eduardo, non ce l’abbiamo più né noi né loro.
In metropolitana una donna chiede l’elemosina. Le sue mani non sono quelle di una donna povera da tutta la vita. Sono le mani di qualcuno che prima manovrava la penna ed ora non è più buono nemmeno per la zappa.
L’hotel, nella nostra strada, sta come una perla sperduta. Il ragazzo della reception è gentile, ci dà consigli pratici su come muoverci in città. Le camere sono pulite, nel bagno possiamo fare la doccia anche da seduti, ci sono il minibar e l’angolo cottura. E c’è il balcone. Ma cosa vediamo dal balcone? Vetrate impolverate mettono a nudo, ai secondi piani, magazzini abbandonati, dove la roba sta ammassata come nel laboratorio di un apprendista stregone. I piani terra sono fatti di serrande abbassate. I lastricati delle strade sono sconnessi, e a ogni pioggia dalle sconnessure risorgono la mota e la lordura. Le strade della periferia di Atene sono delle unghie zozze. La povertà si odora. E ha un odore d’indolenza, di mollezza, di dolore accettato per pigrizia. Solo la campana che richiama alla messa, alla domenica, ha un suono sicuro e squillante.
E il centro? Il centro di Atene potrebbe essere di Zagabria. È una città balcanica cui è capitato di chiamarsi Atene. La crisi è una campana a morto che ha steso il suo manto su tutta la città. Ma allora perché, nel centro, i prezzi sono più che doppi rispetto all’Italia? Un signore di Nauplia, pochi giorni più tardi, ci dice: “Ad Atene sono tutti pazzi. Anch’io vivevo là. Ora non è più possibile”. “Costa tutto carissimo”, dice mia moglie. “Sì, più la gente è povera e più alzano i prezzi.” “E come vivono?”, domanda mia moglie. “Non vivono”, risponde il signore di Nauplia, e lo dice en passant, come fosse una cosa ovvia. Non riesco a trovare un aggettivo italiano per questa ovvietà dell’assurdo. L’inglese ha frightening, disquieting. Nessun suono italiano è così sinistro come frightening, disquieting. Nessuna lingua sa dire l’incredibile con la tranquilla ovvietà del signore di Nauplia. Forse solo l’inglese.
C’è qualcosa di sbagliato anche nei rimasugli di civiltà ellenica conservati ad Atene. I frammenti d’Archiloco, Alceo, Mimnermo, Pindaro, Anacreonte conservano la loro potenza anche se sono frammenti. La civiltà letteraria è arrivata a noi con la forza del sublime, i suoi frammenti sono pezzi di cielo azzurri. Era appassionante, da ragazzi, scoprire da quali innesti di civiltà e suoni mediterranei e iperborei era nata la lingua ellenica, quali fiumi carsici vi erano confluiti, quali alberi s’erano innestati sul suo tronco, e quali tracce le società antiche, i riti rurali, le parole pelasgiche vi avevano lasciato. La cultura greca aveva ordinato un vulcano attivo in una geometria talmente perfetta da conservare uno spazio programmato per le imperfezioni.
Anche la vita della polis funzionava così: da una parte l’ingegneria sociale di un ordine gerarchico opprimente, dall’altro i rituali in cui si doveva lasciar esplodere la follia collettiva, i rituali bacchici, orgiastici, sanguinei. Da una parte e dall’altra: Οἱ μὲν, οἰ δὲ. E il teatro tragico come momento in cui tutte le forze contrarie simulano la loro lotta per spegnere nel rituale il loro tremendo dissidio e ripristinare una nuova e breve pace.
Il teatro tragico è una rappresentazione sacra tribale. Se vogliamo ritrovare la tragedia greca, è tra gli Yoruba africani che dobbiamo andare, non nei teatri moderni dove l’Antigone viene attualizzata e Creonte è in divisa da orbace. La letteratura ci ha trasmesso tutto questo perché ci ha tramandato in tutto il suo potere la lingua greca, e nella lingua greca noi possiamo ancora vedere questa incredibile potenza. Ma la civiltà visiva non ci ha trasmesso il suo linguaggio nella sua interezza. I reperti visibili sono una melanconica traccia di una civiltà che mai fu melanconica.
L’Atene di oggi ha evitato solo questo torto, all’Atene antica: le ha risparmiato l’umiliazione di essere melanconica. A venticinque secoli di distanza, Atene non ha la troppa umanità della tristezza. È desolata in modo disumano.
—
(la foto, di Christophe Meneboeuf, è stata dalla nostra redazione autonomamente tratta da Wikipedia)



