ATTI DI BULLISMO: COME RICONOSCERE UN ABUSO DI POTERE CHE CREA VITTIME

di Claudia Boddi

Il bullismo inteso come “la prevaricazione e la vittimizzazione ricorrente e ripetuta nel tempo di una persona o di un gruppo di persone, esposta/e ad azioni offensive da parte di uno o più compagni” non è un fenomeno nuovo. I media hanno cominciato a parlarne negli ultimi anni, riportando esempi sensazionali di minori vessati a vario titolo, senza considerare che questo problema è molto più diffuso e comune degli sparuti episodi citati in qualche tg o reportage. La vetrina mediatica riservata al tema serve ovviamente a far sì che sia affrontato in maniera più organica e sistematica sia dal punto di vista sociale che da quello legislativo e giuridico.

La sua prima teorizzazione è figlia di uno psicologo norvegese, Dan Olweus, che già negli anni Settanta ne rilevò l’incidenza nel nord Europa, descrivendolo anche con il termine mobbing che oggi è per lo più riferito a prevaricazioni vissute nell’ambito aziendale e lavorativo, che hanno come soggetti attivi e passivi persone adulte. Per l’Italia, la prima formulazione effettiva viene attribuita ad Ada Fonzi – docente dell’Università di Firenze – che, attraverso la pubblicazione di numerose statistiche, fece luce sulla consistenza della problematica, anche nel nostro paese. Gli atti di bullismo – definibili come tali –  sono quelli compiuti da bambini in età compresa tra i 7 e i 10 anni, anche se quelli più duri e frequenti sono quelli che si registrano alle scuole superiori, tra i ragazzi che hanno tra i 14 e i 17 anni. Non tutte le pacche sulla spalla, le derisioni o le prese in giro  – comuni tra gli adolescenti – devono allarmare o possono essere additati come gesti di questo genere.  Il bullismo vero e proprio si riconosce per alcune caratteristiche peculiari che difficilmente possono essere confuse. I luoghi teatro di queste manifestazioni sono soprattutto la scuola o i punti di ritrovo tra giovani (piazze, oratori, parchi gioco ecc…).  Innanzitutto, si tratta di atti ripetuti nel tempo, non una volta, o per due giorni, ma per tempi più lunghi.

Queste azioni si contraddistinguono per la presenza di un abuso di potere, che predetermina una vittima non in grado di difendersi o di essere difesa dalle vessazioni perpetrate a suo svantaggio.  La natura delle minacce, afferenti a questo tipo di comportamento, può essere diretta, nel caso di attacchi fisici (sputi, percosse, spinte ecc…) o indiretta, ossia mentale o sociale, laddove si verifichino esclusioni da gruppi, da rapporti sociali, diffusione di falsità o calunnie, prese in giro pesanti ecc…

La connotazione dominante del fenomeno è sempre stata al maschile, ma ci sono numerose situazioni di bullismo al femminile.  Mentre i ragazzi prediligono azioni fisiche, il gentil sesso attua un complesso di minacce e insulti incidenti più a livello psicologico. Durante l’adolescenza, soprattutto le ragazze tendono a idolatrare o a indentificarsi in qualcun altro che ha un’immagine, anche e soprattutto fisica, gradevole e a cui auspicano di diventare uguali. Quindi, questioni relative al peso e al rapporto con il proprio corpo, che spesso è conflittuale, diventano centrali e, se combinate ad atti di scherno e distruzione dell’aspetto esteriore della vittima, costituiscono motivi di grossa sofferenza emotiva e di possibili degenerazioni. Non è un caso che l’esordio dei percorsi di anoressia di molte giovani donne risalga a questa fase del ciclo vitale.

È stato rilevato che le prevaricazioni diminuiscono con la crescita, anche se gli effetti negativi che si ripercuotono sulla psiche della vittima si aggravano in maniera proporzionale al grado di maturità dell’età in cui si subiscono. I cosiddetti “bulli” non sono necessariamente bambini o adolescenti dalla forte personalità o dall’immensa sicurezza di sé. Al contrario, spesso gli aguzzini possono essere stati a loro volta oggetto di atti di bullismo, e per questo si rifanno su compagni più deboli e indifesi, allo scopo di riacquisire stima di sé e affermare la propria posizione e immagine agli occhi dei coetanei. Anche dietro al ruolo del bullo può esserci una serie di disagi relazionali: insuccessi amorosi o scolastici, desiderio di considerazione presso gli altri, insicurezza interiore o contesti familiari complessi.

Spesso è difficile capire quando un ragazzo/a cade vittima di episodi di bullismo, sia perché capita che gli interessati siano restii a parlarne in famiglia o a raccontarlo a persone di fiducia, sia perché talvolta gli insegnanti paiono non accorgersi di quello che sta succedenso e restano inerti. Il Ministero della Pubblica Istruzione si è orientato verso l’aiuto e il sostegno non solo alle famiglie ma anche ai docenti, poiché entrambi devono coadiuvarsi non solo per lo sviluppo e la formazione dei giovani, ma anche per la garanzia e la tutela di quelli tra loro eventualmente offesi.  A mio avviso, sarebbe una scelta dotata di senso aprire degli sportelli psicologici negli istituti scolastici con l’obiettivo di accogliere i racconti degli adolescenti e fornire loro l’adeguato supporto di cui necessitano, nonché gli strumenti per far fronte al momento che stanno attraversando. Dare attenzione e ascolto non solo a coloro che patiscono le offese, ma anche ai prevaricatori, che non percepiscono il loro come un problema, potrebbe essere un buon metodo di prevenzione.

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  1. Giovanni Agnoloni 16/02/2012

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