di Emiliano Morozzi
Stalin, dal tedesco “stahl”, che significa acciaio: mai soprannome fu più azzeccato di quello dato a Iosif Vissarionovič Džugašvili, il dittatore che governò l’Unione Sovietica dal 1924 fino alla morte, il 5 Marzo 1953. Un uomo così ribattezzato per la durezza del proprio carattere, un uomo che come l’acciaio si dimostrava inflessibile di fronte a una decisione presa (emblematica la parola d’ordine data alle truppe dell’Armata Rossa che combattevano a Stalingrado: “Non un passo indietro”).
Nel ripercorrerne la sua biografia, viene subito alla mente che quell’acciaio fu bagnato dal sangue di milioni di vittime, quelle che morirono in seguito alle tremende “purghe”, ovvero la liquidazione sistematica di tutti coloro che si opponevano al regime, una repressione talmente feroce che, attizzata dalla paranoia del dittatore, giunse a colpire alla cieca gli stessi fedelissimi, rei soltanto di avere osato contraddirlo. Ridurre però la storia di Stalin a questo drammatico episodio significherebbe raccontare soltanto una parte della vicenda, così come sarebbe riduttivo usare il gulag come metro di giudizio per raccontare il percorso di un movimento non così monolitico come quello comunista. Questo per due buoni motivi: il primo è che non si arriverebbe a capire come mai prima della sua morte Stalin fosse oggetto di un vero e proprio culto della personalità, talmente forte da oscurare la morte di Prokofiev, avvenuta lo stesso giorno, ma capace anche di ottenere rispetto presso le democrazie occidentali, il secondo è che dare un giudizio storico sull’intero movimento comunista sulla base dell’esperienza stalinista, sarebbe come ridurre la Rivoluzione Francese al regime di terrore instaurato da Robespierre.
Detto questo, la biografia del dittatore georgiano racconta la storia di un uomo fin dai primi vagiti rivoluzionari assetato di potere e capace di combattere con incredibile tenacia (che poi diventerà ferocia) tutti coloro che si oppongono alla sua volontà: personaggio di secondo piano durante la Rivoluzione d’Ottobre, Stalin alla morte di Lenin sarà capace di prendere il potere all’interno del partito, diventandone segretario generale nel 1924. Vani furono gli avvertimenti di Lenin, che nel testamento avvertiva i compagni di contrastare la sete di potere del georgiano: Stalin, una volta debellate le opposizioni interne, divenne di fatto il padrone dell’Unione Sovietica e, in contemporanea con la forzata collettivizzazione delle terre e industrializzazione del paese, diede il via alla stagione delle “grandi purghe”. In questa fase, tutti coloro che erano anche solo sospettati di essere “nemici del popolo”, rischiavano la deportazione in Siberia o la morte immediata e la strategia del terrore divenne così indiscriminata che non risparmiò neppure coloro che fino al giorno prima si erano asserviti al tiranno: emblematico è il caso di Ezov, capo della polizia politica durante la fase più cruenta della repressione e vittima egli stesso del terrore staliniano pochi anni dopo.
Perché allora in quegli anni tutti coloro che sapevano (e non erano pochi) non condannarono le aberrazioni dello stalinismo ma anzi ne appoggiarono le scelte o comunque tacquero sugli aspetti più crudi del suo regime? Perché in quegli anni Stalin era l’unico punto di riferimento di coloro che si battevano con forza contro la montante marea nera del nazifascismo: in Spagna, durante la guerra civile, l’Unione Sovietica si schierò apertamente per la Repubblica, difendendo l’idea dell’alleanza di tutte le forze di sinistra in chiave antifascista. Di fatto questa unità non si realizzò, ma la lotta delle Brigate Internazionali, coordinate dai sovietici, rafforzò il prestigio di Stalin non solo presso i militanti comunisti, ma anche presso intellettuali, artisti, uomini politici di altre nazioni. Il comunismo sovietico, che fino ad allora era stato lo spauracchio delle democrazie occidentali, divenne di colpo ai loro occhi il male minore, e anche chi ben conosceva la realtà delle disumane condizioni di lavoro in Unione Sovietica tacque.
La critica allo stalinismo fatta da Orwell nei suoi celebri romanzi rimase un grido nel deserto: come sostenne qualche emigrato in Unione Sovietica, le potenze occidentali non erano state in grado di combattere efficacemente il nazifascismo e l’ultimo argine di difesa era costituito dall’Urss. La Seconda Guerra Mondiale rafforzò questa convinzione e quel che Stalin aveva perso sul piano della credibilità con la stipula del piano Molotov-Ribbentrop, lo riacquistò nel momento in cui il suo esercito fu l’unico capace di contrastare militarmente la potenza della Wermacht: sul finire del 1942, erano i sovietici a combattere per le strade di Stalingrado, non i francesi annientati nel giro di sei settimane, né gli inglesi graziati da Hitler a Dunkerque e neppure gli americani, troppo impegnati a vendicare l’onta di Pearl Harbour. Così, alla fine della guerra, Stalin potè sedersi al tavolo dei potenti del mondo: solo qualche anno dopo, morto il dittatore, il “j’accuse” di Kruschev fece venire a galla la verità sul regime. Caduto il capo, rimase in piedi l’apparato repressivo che l’aveva sostenuto: la condanna dello stalinismo rimase soltanto una resa dei conti all’interno del partito e non si trasformò in un rinnovamento del sistema sovietico, crollato miseramente trent’anni dopo sotto il peso delle proprie debolezze.




Uno dei tanti porci del XX secolo…lui, Hitler, Franco, Mussolini, Pol Pot, Pinochet, Videla…la lista è lunga, marchiati per l’eternità dai segni dell’infamia…e mi perdonino i porci per l’accostamento!!!!
Articolo banale, superficiale, molto spesso infarcito di falsità storiche.
Adatto solo per galvanizzare anticomunisti viscerali con scarse conoscenze storiche.