di Angelo Ricci
Ogni storia, ogni narrazione è parte di una storia e di una narrazione più grande. Alla fine del 2011, dopo la pubblicazione de L’ossessione per le parole, Francesca Mazzucato mi propose di pensare a un altro lavoro che, sempre in formato ebook, avrebbe visto la luce nel 2012. Sono passati solo pochi mesi da allora, ma nel mondo dell’editoria digitale, con i suoi sviluppi che si espandono esponenzialmente, sembrano essere passati anni. E in questi mesi ho avuto modo di di consolidare una mia impressione e cioè che l’ebook avrebbe potuto essere realmente soggetto narrativo solo creando una nuova forma di narrazione. La stessa scrittura cambia nell’era digitale. Diviene più frammentaria, più acuta, più essenziale proprio perché conscia di essere una parte di narrazioni che non prevedono soltanto la scrittura. Ogni testo digitale si fonde con le piattaforme (la fissità degli stone gardens, la ridondanza dei social network, l’esaustività personale dei blog) e con gli strumenti (pc, iPad, tablets, smartphones) al punto da raggiungere forse una ignota commistione tra software e hardware, dove svanisce il punto di separazione tra i due e dove diviene evanescente il confine tra letteratura, storytelling e stream infinito e in cui la finzione e la realtà diventano categorie interscambiabili. Siamo tutti parte ormai di un’interfaccia alla Dr. Adder o di un’interzona alla Burroughs. La scrittura, l’ebook, la narrazione possono (devono?) raccontare tutto questo, (con)fondendosi con lo stream infinito. Ed è questa la sfida più affascinante che la scrittura digitale si trova di fronte.
Ecco perché è nato questo mio nuovo ebook, Borges aveva un Tumblr (edito da Errant Editions).
Cito dal sito di Errant Editions.
piace parlare di oggetto narrativo digitale.
Un oggetto narrativo digitale che parte dal Web e
che nel Web ritorna, in un rapporto di creatività
liquida e circolare. E non mi riferisco solo alla
ipertestualità, ma alla narrazione volutamente
sgranata, dove l’apparente mancanza di punti di
riferimento è il punto di riferimento.
Pensiamo a quella vera e propria forma di
racconto che, da più di vent’anni, Enrico
Ghezzi conduce sul mezzo televisivo. Frammenti
filmici e visivi, a volte strutturati e altre volte
volutamente privi di ogni riferimento narrativo e
tecnico, dove il documentario e il film si alternano
a brani di pellicole sfocate e sgranate. Una
sequenza che a poco a poco assurge a racconto
autonomo. E, in quel gioco di specchi che forse è
anche questa intervista, ecco che riappare lo
sguardo di Borges.”


