di Giovanni Agnoloni
Carlo Monni. Ricordarlo per me è una cosa facile e al tempo stesso difficile. Facile, perché l’ho conosciuto, ci ho parlato e mi sembra di averlo ancora davanti a me, a un tavolo del pub Joshua Tree, in via della Scala, a Firenze, bevendo una birra. Difficile, perché quando ho saputo che era venuto a mancare ci sono rimasto davvero male. Non ero un suo amico personale, ma il fatto di averci chiacchierato un paio di volte, in quel locale, mi ha fatto capire che persona fosse.
Non era solo l’indimenticabile attore (caratterista ma non solo; fondamentalmente, un grande interprete di parti solo in apparenza “minori”) di film come Berlinguer ti voglio bene (grandioso il personaggio di Bozzone), Non ci resta che piangere, Benvenuti in casa Gori, Tutti giù per terra e molti altri ancora, ma una persona semplice e schietta.
Te lo ritrovavi vicino, al bar, a bere con gente di tutte le età, parlando senza alcuna forma di spocchia – così diffusa negli ambienti “artistici” –, e se gli chiedevi qualcosa sui suoi film, sulla recitazione, lo faceva con il modo di fare toscanaccio e senza pretese di chi ti dice che l’indomani deve andare a fare una commissione qualunque. Eppure era un uomo colto, sia pur nella sua vena di “uomo di strada”: uno di quelli che non vanno avanti dandosi arie, ma mescolano lo spirito con la terra, come quella dell’argine dell’Arno su cui amava fare lunghe passeggiate sotto il sole.
Lui diceva che, fondamentalmente, per recitar bene bisogna “divertirsi”. Non a caso, per questo lavoro i francesi e gli inglesi usano dei verbi (jouer, to play), che di base significano “giocare”. Ed era proprio con questo spirito che declamava Dino Campana o si dedicava alla comicità pura, come il mitico ruolo di Vitellozzo accanto a Benigni e Troisi teletrasportati nel 1492. In realtà, da questa mix vincente di vena “bukowskiana” in salsa vernacolare e di cultura alta – filtrata, digerita e riversata sul mondo –, nasceva un personaggio a tutto tondo, che iniziava nei film e continuava nella vita, o magari il contrario.
Non mi piace l’idea di stendere qui un “coccodrillo” delle sue migliori interpretazioni, anche se ricordarne qualcuna è giusto e inevitabile. Preferisco però vedere in lui un autorevole esempio di intellettuale del popolo, calato nella vita di tutti i giorni, e tra l’altro curioso della gente che aveva intorno. Era uno che sapeva star vicino agli amici e colleghi, come Francesco Nuti dopo le recenti sfortunate vicissitudini, e il suo modo di agire faceva tutt’uno con la sua immagine “fumìna” e a tratti collerica che traspare da alcuni film anche recenti, come Lucignolo e Manuale d’amore 3.
Insomma, ci mancherà, e magari capiterà, a volte, di intravedere, sulla tramvia o su qualche autobus, un signore dall’aria assorta, seduto con gli immancabili sandali ai piedi, a pensare forse a una parte da interpretare, o magari a un bar dove fare un salto in serata, che gli somiglia. Ci prenderà un piccolo sussulto e poi penseremo: “Ah, già, non c’è più”.
Forse. Come tutti quelli a cui, per qualche motivo, abbiamo voluto bene.
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Così lo ricorda Adriana Altamirano, un’amica scrittrice messicana che vive a Firenze:
Monni
La sua figura spunta da lontano nel verde del parco,
il suo camminare scalzo rievoca nostalgia d’una remota infanzia,
dove i giochi in giardino significavano libertà ed innocenza.
Nudi i suoi piedi, ignudo il torace,
la sua pancia di Santo bevitore,
si addolcisce con la doratura del suo vello biondo
imperlato di goccioline di sudore.
I suoi occhi d’un chiaro azzurrino,
ricordano lo sguardo d’un idolo rock.
Come la volpe del Piccolo Principe,
lui con le sue passeggiate quotidiane
ci ha “addomesticato”,
e ogni mattina si aspetta il suo saluto.
La sua mano che sventola verso il cielo allegramente,
la sua voce che dice: ciao bella!



