CHELSEA-DI MATTEO: LA CHAMPIONS PARLA ITALIANO

di Francesco Gori

C’è anche un po’ di Italia nella vittoria sofferta del Chelsea sul Bayern Monaco nella finale di Champions League: l’Italia rappresentata da Roberto Di Matteo, capace di portare per la prima volta a Londra la Coppa più ambita. Sa un po’ di tricolore anche il calcio dei suoi uomini: difesa imperforabile, tattica costruita sulla neutralizzazione dell’avversario, e contropiede di quelli che fanno male. Ne sanno qualcosa Napoli, Barcellona e Bayern Monaco, eliminate una alla volta dal 14 marzo, giorno di arrivo dell’ex calciatore alla guida dei blues, al posto dell’esonerato Villas Boas. Di Matteo entra così, a soli 42 anni, nell’élite dei grandi allenatori italiani che sono riusciti a vincere la ex Coppa dei Campioni.

Roberto Di Matteo (sport.sky.it)

Una finale, come nelle previsioni, dominata dal Bayern Monaco, che gioca in casa e colleziona occasioni e calci d’angolo. Un Chelsea abbottonato, che schiera a sorpresa l’esordiente Bertrand, riesce a chiudere ogni varco fino all’83’, quando il colpo di testa di Muller sblocca il punteggio e sembra chiudere ogni discorso. Heynckes toglie subito l’autore del gol per mettere dentro un difensore: ma l’arroganza del coach tedesco viene presto punita, la partita non è infatti finita come crede. All’88’ Didier Drogba svetta più in alto di tutti sugli sviluppi di un angolo e fa un 1-1 che sa di incredibile magia. Si va dunque ai supplementari. Che cominciano male per gli inglesi: protagonista è sempre l’ivoriano che sgambetta Ribery (fuori per infortunio) in area: è rigore sacrosanto, ma Robben si fa ipnotizzare dal caschetto di Cech, che para. Inutili i minuti restanti, che portano alla lotteria dagli undici metri. I tedeschi vanno avanti, sfruttando l’errore di Mata, ma subiscono un’inaspettata rimonta, traditi dagli errori di Olic – murato da un Cech sempre presente – e Schweinsteiger. Sull’ultimo penalty tocca a Drogba, protagonista assoluto in tutti i sensi – non solo nella finale, ma in tutto l’arco della competizione -, dover calciare: palla alla destra dell’irritante Neuer e vittoria inglese. Esiste miglior modo per chiudere la carriera in un club?

Punita la presunzione di un Bayern superiore, ma senza la necessaria umiltà. Abramovich può finalmente esultare, Terry tornerà a dormire notti tranquille dopo il fatale errore dal dischetto nella finale del 2008. Cech e Drogba, la vecchia guardia – Lampard in testa -, un allenatore giovane e preparato: queste le armi vincenti di una squadra certo non spettacolare, rappresentante di un calcio vecchio stampo – quel “catenaccio” all’italiana discutibile quanto efficace -, ma comunque degna vincitrice di una kermesse come sempre emozionante. Fino all’ultimo secondo.

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