CORI RAZZISTI? CI VUOLE COERENZA

di Francesco Gori

Il recente episodio di cori razzisti durante l’amichevole Pro Patria-Milan necessita una riflessione.  Come accaduto in molte altre occasioni, sono i “Buu” indirizzati a giocatori di colore a far scattare la reazione di essi in campo (vedi Boateng e la “signorile” pallonata in tribuna), della terna arbitrale pronta a sospendere il match, del sistema calcio tutt’intorno, che si dice “indignato”.

La reazione di Boateng ai cori razzisti – lettera43.it

Ma davvero, dietro questi “Buu” si nasconde una piaga sociale come il razzismo? A parer mio, e in molti forse non saranno d’accordo, si tratta di semplice sfottò, paragonabile alle mille offese d’ogni tipo che ogni domenica lo stadio ci propone. Un rapido esame di coscienza: chi di noi mentre tifa la propria squadra del cuore, tesse le lodi dell’avversario di turno? Nessuno. Anzi. Per i più, l’avversario del momento è obiettivo di insulti, che coinvolgono parenti, città e colore della pelle. Sfottò veri e propri, anche di cattivo gusto ci mancherebbe, ma offensive all’uomo-avversario che dunque perché mettere in secondo piano? Qual è la definizione di “razzismo“? Razzismo, secondo la definizione del dizionario online Hoepli, è la “tendenza a considerare una razza umana come superiore alle altre, costringendo perciò gli appartenenti a queste ultime in condizioni di vita peggiori e ostacolando i reciproci rapporti fra individui dell’una e delle altre”. Si può parlare di razzismo in questo caso? O di semplici cori di disturbo? E per “razza” non si intende – sempre dal dizionario – un “complesso di individui appartenenti alla stessa specie, che si distinguono per uno o più caratteri comuni, trasmissibili ai discendenti”? Se dunque urlo “terrone” non è forse razzismo? E perché allora non viene considerato tale?

Quella del razzismo negli stadi è l’ennesima ipocrisia della società italiana, che cavalca l’onda dello share, per poi fare la consueta ramanzina perbenistica. Ci vuole coerenza. Non ipocrisia. E poi… Ho visto personalmente, per anni, genitori sugli spalti durante le partite di calcio dei figli (categorie Giovanissimi o Esordienti, quindi diciamo pure bambini) offendersi su tutt’altri fronti del colore della pelle e grondare sangue. Sono forse migliori dei famigerati “Buu”-men?

È un po’ come la questione sigarette-alcool. Sui pacchetti vengono riportate scritte che ti avvisano del pericolo – occhio, ti fanno morire -, e poi campagne mediatiche contro il fumo, testimonianze dirette dei danni che provoca. E perché non fare lo stesso con le bottiglie di alcool? Non ha forse un impatto negativo anche il grado alcolico, non provoca forse danni ben maggiori della nicotina nel caso di abuso?

Qui nessuno sta difendendo il razzismo. Che è fenomeno deprecabile. Si tratta solo di usare la coerenza e le stesse pene – se si decide di farlo, ovvio – a chi discrimina per il colore della pelle, ma anche per il paese di provenienza. Oppure tacitamente accettare quel che è lo stadio spesso: un luogo di incontrollabili forze e pulsioni interne ed esterne che a volte, fortunatamente non sempre, sfociano in cattivo gusto. Dare spazio e rilievo a coloro che esplicitano tale cattivo gusto non è altro che metterli su un piedistallo che non meritano. Tale gusto diventerà in questo modo un’arma preziosa per condizionare gli eventi calcistici e mettersi in mostra. Come dice Dal Lago, in Descrizione di una battaglia: “La cultura dello stadio non favorisce tanto una politicizzazione più o meno perversa, quanto l’espressione di massa di un bisogno che i teorici hanno sempre ignorato, e cioè l’impulso all’esibizione di sé, ad apparire su una scena pubblica”. Sarebbe più sano farsi una grassa risata dei “buu” e rintuzzarli così, senza tanto clamore mediatico da caccia all’uomo.

Come quella ai danni dell’assessore del Comune di Corbetta, Riccardo Grittini, indagato per istigazione all’odio razziale, uno dei ragazzi dei filmati dell’infausta amichevole che dichiara “stavo facendo dei classici cori di disturbo rivolti indistintamente a tutti i giocatori del Milan”. Se davvero si è limitato a uno scimmiottare, trascinato dalla goliardia di gruppo – eccessiva certo ma parte della cultura da stadio -, possiamo per questo metterlo in croce? Come sempre, dare addosso senza ragionare, stare coi più numerosi è molto più facile.

Znedek Zeman – ilpaesenuovo.it

A proposito dei cori razzisti, riporto le dichiarazioni del tecnico della Roma, Zdenek Zeman: E’ una questione di educazione, non è un problema solo di razzismo, il guaio è che negli stadi ultimamente si fanno cose che fuori non si fanno mai. Sono diventati una zona franca. Bisogna provare a dare esempi positivi. Non sarebbe male. Se dovesse accadere una cosa simile alla mia squadra non saprei dire, francamente, cosa farei. Sicuramente se il gesto di Boateng lo fa un altro giocatore viene espulso automaticamente. In Italia purtroppo anche nelle partite dove ci sono solo calciatori bianchi ci sono tanti cori, tante offese. Non si può valutare quali offese siano più importanti, io non faccio distinzione. Ribadisco: è una questione di educazione e a volte ci sono anche i comportamenti dei giocatori che si tirano addosso i cori. Bisogna cercare di tollerare tutto sul campo, spetta poi agli arbitri decidere e chi è fuori deve solo guardare le partite e tifare per la propria squadra”.

E quelle di mister Vincenzo Montella, allenatore della Fiorentina: A volte si discrimina non solo per il colore della pelle ma anche per le origini e quindi bisogna dare risalto a tutti gli episodi di questo tipo”.

Come dar loro torto? E “signorini-poco-pagati” come Kevin-Prince “devono” sopportare anche questo, dall’alto della loro “avara” vita. Lasciando a chi dirige la macchina-calcio decisioni in merito. Se si sceglie la strada del rigore, ciò deve valere per ogni tipo di comportamento offensivo e violento. Non solo per i “buu”. Alla collaborazione tra arbitri e responsabili dell’ordine pubblico il compito di discernere chi è da ammonire. Oppure accettare il coro come uno sfottò, e prendersi meno sul serio per questioni di questo tipo, secondarie rispetto alla realtà della vita fuori dallo stadio. Del resto situazioni di questo tipo non accadono da Pro Patria-Milan. E dal gesto “da Boa”.

A chi sta in alto il dovere di stabilire norme precise e complete, a loro volta non discriminanti, associate ad uno stadio in stile inglese. Ma è anni che si fa baccano e moralismo mediatico. E basta. Che lasciamo volentieri a don Alessio Albertini (il fratello del vicepresidente della Figc Demetrio? Eh già!) ed Enrico Varriale di Stadio Sprint.

3 Comments

  1. Nicola Pucci 10/01/2013
  2. Nicola Pucci 10/01/2013
  3. Emiliano 10/01/2013

Leave a Reply

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.