Siamo alla ventiquattresima puntata della serie di articoli di Luca Moreno sulla storia di Firenze. Le immagini sono numerate in continuità con quelle del ventitreesimo articolo.
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Cosimo I Granduca di Toscana
di Luca Moreno
Cosimo, futuro primo Granduca di Toscana (1519-1574) (figura 68) sarà colui che porterà a compimento la trasformazione di Firenze in capitale di uno Stato regionale; e ciò mentre una Medici, Caterina (pronipote di Lorenzo il Magnifico) sale sul trono di Francia; un evento che porta questa famiglia a imparentarsi con una delle monarchie più prestigiose d’Europa. La stessa Caterina genererà figli che si legheranno alle più importanti dinastie regnanti. I genitori di Cosimo sono pronipoti, il padre – Giovanni dalle Bande Nere – di Lorenzo il Vecchio; la madre – Maria Salviati – di Cosimo il Vecchio. Si verifica cioè che la Dinastia dei Medici, intesa finalmente nella sua accezione ufficialmente dinastica, s’inaugura con un sovrano che sintetizza biologicamente i due rami della famiglia.
Quando nel 1537 il diciottenne Cosimo giunge in città subito dopo l’assassinio di Alessandro, si presenta dinanzi ai senatori per convincerli a ratificare la sua elezione a Duca, dicendo di voler esercitare la carica in modo puramente simbolico, questi ultimi – in particolare Francesco Guicciardini, Filippo Strozzi, Baccio Valori e Niccolò Acciaiuoli – accolgono con fiducia la richiesta di Cosimo, che viene nominato Capo del Governo, con la clausola che tutto il potere rimarrà nelle mani del Consiglio. Ben presto, però, i suoi quattro patroni si dovranno rendere conto dell’errore commesso, poiché Cosimo esautorerà immediatamente i suoi consiglieri e assumerà un’autorità assoluta.
I fuorusciti oppositori di Cosimo riescono a formare un esercito per tentare di cacciare il “tiranno” e ridar vita alle istituzioni repubblicane. Ma sono solo pie illusioni: nell’agosto del 1537 si combatte la battaglia di Montemurlo e le truppe di Cosimo ottengono una vittoria schiacciante sui rivoltosi. Decisivo è, per il Medici, il sostegno dell’Imperatore Carlo V, che gli riconoscerà immediatamente il diritto a fregiarsi del titolo di Duca (e dal 1569, grazie ai buoni uffici del Papa Pio V, di Granduca di Toscana). La vittoria a Montemurlo scatena la vendetta di Cosimo: cadono le teste di tutti i ribelli, tra cui vi sono anche Baccio Valori e Filippo Strozzi. Questo cruento esordio politico rimane però un fatto isolato, poiché nel corso del suo regno Cosimo si dimostrerà uomo misurato e abile statista. Sotto la sua guida, Firenze e la Toscana riacquisteranno molta dell’importanza economica e politica perduta alla morte del Magnifico; ma la Repubblica per la quale i Fiorentini avevano versato il loro sangue, amata, bistrattata, sfruttata e rispettata, vissuta per più di quattro secoli, è ormai finita per sempre.
Fin dall’inizio Cosimo mostra grande intuito: egli è il vero, primo e assoluto, Principe dello Stato di Toscana. Il popolo, ormai privo dell’energia che lo aveva visto in qualche modo partecipe delle fasi gloriose della Repubblica, taceva e accettava, occupato a riordinare le sue cose, impoverito da una serie di anni sfortunati in cui l’attività artigianale e i commerci erano decaduti. La scoperta delle terre d’oltreoceano aveva poi profondamente modificato le caratteristiche dei traffici commerciali nel Mediterraneo; bisognava cioè lavorare per riottenere quello che si era perduto in termini economici, riorganizzare lo Stato, recuperare le fila di una società disorientata. Tutti compiti impegnativi, che saranno onorati dai fiorentini.
Nel settembre 1537 Carlo V, dopo avergli concesso il titolo di Duca, propone a Cosimo un matrimonio con una delle figlie del Viceré di Napoli, Pietro di Toledo. Arriva così in casa Medici, come Duchessa di Firenze, Eleonora di Toledo (figura 69), un’ottima moglie e un’ottima madre, che darà a Cosimo quattro femmine: Maria, Isabella, Anna, Lucrezia e sei maschi: Francesco, Giovanni, Pedricco, Garzia, Pietro, Ferdinando.
Gli anni in cui Cosimo allarga la sua famiglia sono gli anni della costruzione progressiva del suo regno; la vittoria di Montemurlo del 1537, con la quale aveva sbaragliato i suoi avversari, era stata d’importanza fondamentale, anche se occorreva rendere ancor più solido il suo potere; e Cosimo fece ciò attraverso un esercizio del comando in termini assolutistici, dimostrandosi inesorabile (ma non crudele) con gli avversari, a cui riservava prigione o patibolo. Quando invece non riusciva a catturare i suoi nemici, li faceva sorvegliare da spie, salvo poi decidere che dovevano essere eliminati da sicari. Ma la determinazione di Cosimo ebbe a esplicitarsi soprattutto in occasione della conquista di Siena, città che per secoli si era dimostrata riottosa al dominio fiorentino. La guerra durò dal gennaio 1554 all’aprile 1555, quando i senesi furono presi per fame e malattia. La conquista di Siena significa la nascita dello Stato Toscano; un progetto tenacemente perseguito dalla lungimirante politica del Principe, capace di mantenersi equidistante sia da Carlo V (entrato ormai nelle fasi finali del suo regno) che da Enrico II di Francia. Firenze lo ammira e lo teme; una rete di suoi fedeli controlla il paese; tutto è nelle sue mani e tutto Cosimo segue scrupolosamente. E di tutto vuole essere informato.
Eleonora lo accompagna ovunque; amano ambedue il loro ruolo; si vestono con molta eleganza. Cosimo è un Principe “nuovo”, moderno, giovane, all’avanguardia, come dimostra l’organizzazione della sua stessa vita privata. Sia chiaro, però, che il lusso che caratterizza Cosimo ed Eleonora non deve essere interpretato come puro gioco estetico, bensì come preciso programma politico, volto a iscrivere i due regnanti nel gotha dei personaggi illustri, anche a costo di tracciare un varco tra loro e il popolo sul quale regnano: sotto questo aspetto, nulla è più diverso in Cosimo dall’atteggiamento tenuto dai suoi antenati quattrocenteschi.
Tutto ciò si può cogliere anche nella scelta delle loro residenze: trasferita da Palazzo della Signoria (figura 70, A) dove aveva dapprima preso alloggio (e che per questo aveva assunto il nome di Palazzo Ducale), la coppia vive ora a Palazzo Pitti (figura 70, B), che Eleonora aveva acquistato dai Pitti medesimi nel 1550, per una somma di quasi 10.000 fiorini d’oro (circa due miliardi delle vecchie lire). I Principi lasciano il Palazzo Ducale (che assumerà così il nome di Palazzo Vecchio, che tuttora mantiene), non perché lo considerino indegno, ma perché quella residenza era troppo legata al periodo in cui il potere politico esercitato dalla famiglia Medici si trovava commisto al ruolo privato di banchieri. Ora invece è il ruolo pubblico che deve essere esaltato, e la nuova residenza, corredata in modo sublime dal Giardino di Boboli (figura 70, E) assolve in pieno la sua funzione multivalente: Pitti, cioè, è un significante sul piano politico, estetico (anche la bellezza, cioè, non ha valore solo per se stessa, ma è intesa come strumento di esercizio del potere), architettonico, artistico e, non ultimo per importanza, sul piano del gusto che, in conformità alla raffinatezza della personalità dei due principi, è regale a tutti gli effetti.
Palazzo Vecchio sarà poi risistemato e abitato da Francesco, primogenito di Cosimo e dalla moglie Giovanna d’Austria, per il cui matrimonio fu realizzato, in soli cinque mesi, nel 1565, il Corridoio Vasariano (figura 70, estremi A e A1) dall’architetto Giorgio Vasari (1511-1574) che già nel 1560 aveva cominciato a realizzare gli Uffizi (figura 70, D), futura sede della galleria d’arte di famiglia, vanto dei Medici e gloria della Firenze odierna dove, per volere di Cosimo, troveranno posto anche gli uffici dell’Amministrazione governativa e delle Magistrature dello Stato. L’idea del Corridoio era nata per dare opportunità ai granduchi di muoversi liberamente e senza pericoli da Palazzo Vecchio alla loro residenza di Pitti, visto l’appoggio ancora incerto della popolazione verso il nuovo regime, “colpevole” di aver abolito l’antica Repubblica. In figura 70, la lettera “C”, indica la Chiesa di Santa Felicita, attraversata anch’essa dal Corridoio, nella quale i Duchi potevano seguire la Messa senza essere visti; invece la lettera “F” indica il Forte Belvedere, che, pur essendo parte integrante di tutto il complesso appena descritto, ancora non esisteva ai tempi di Cosimo, in quanto sarà realizzato dal figlio Ferdinando I.
Tornando all’attività di governo, non possiamo dimenticare le iniziative diplomatiche che portarono Cosimo a strette e intense relazioni con Papa Pio V, il quale, nel 1569, dopo molti maneggi più o meno legittimi, concesse a Cosimo una Bolla che lo creava Granduca di Toscana: fu incoronato nello stesso anno a Roma. In realtà, tale diritto di nomina sarebbe spettato all’Imperatore, e per questo Spagna e Austria si rifiutarono di riconoscere il nuovo titolo, mentre Francia e Inghilterra lo ritennero subito valido; ma, con il passare del tempo, tutti gli Stati europei finirono per riconoscerlo.
Cosimo poi, avendo ben chiare le condizioni essenziali a cui non si può rinunciare se si vuole esercitare un potere assoluto e incontrastato, non esitò a creare una sua milizia, che fosse valido strumento sia di difesa che di attacco. Tra le sue iniziative più significative vi è poi quella d’aver posto le basi per una Toscana presente sui mari – di cui diremo in seguito – provvedendo ad attrezzare cantieri a Pisa per costruirvi una flotta di galere; esempio che sarà seguito dai suoi figli Francesco e Ferdinando. Da questo e da altri interventi si comprende come egli concepisse il suo potere non più come coincidente con il controllo della sola Firenze, ma riferito a tutti i centri più importanti della Toscana, il cui sviluppo favorì le attività commerciali – finora inibite in periferia, proprio perché fossero maggiormente protette quelle fiorentine -, l’esportazione delle merci e la conquista di una rinnovata clientela sui mercati. Cosimo dette anche impulso a nuove industrie e potenziò quelle già esistenti: le cave di marmo a Carrara e a Pietrasanta, le miniere di ferro nell’Isola d’Elba, lo sfruttamento dei giacimenti di allume a Piombino e della lignite nelle pianure del Valdarno, nonché la produzione di lana nella stessa Firenze, tornata al suo ruolo di grande produttrice. Pisa – nella quale fondò l’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano e alla quale affidò il compito di proteggere il Mar Tirreno dalla flotta dei Barbareschi – e Livorno fiorirono, sotto di lui, a nuova vita.
Un altro settore nel quale Cosimo intervenne in modo assai pesante fu nella selezione della classe burocratica, riuscendo a valorizzare famiglie che finora ad allora erano rimaste in ombra, creandosi così una corte di nuovi fedeli che dovevano al nuovo Principe l’onore di essere stati scoperti; gli stessi amministratori provenivano anche dalla periferia, e molte delle città della Toscana erano affidate a funzionari, scelti fra la gente del posto.
Infine, l’amministrazione della giustizia che fu lasciata all’ormai sperimentata istituzione degli Otto di Balìa, anche se Cosimo aveva fatto in modo che su di essa pesasse il suo giudizio. Ogni legge doveva sempre ottenere la sua ratifica; centro e periferia dello Stato dipendevano da lui, ed egli decideva di volta in volta secondo quanto gli suggeriva il suo intuito, sottoponendo i suoi programmi a una specie di consulta, che aveva voluto scegliersi fra gente esperta in più materie e che funzionava a tempo pieno, adatta a fornirgli chiarimenti su specifici argomenti, anche se questo suo Consiglio privato non gli impedì di restare sempre il vero e unico protagonista. In buona sostanza, la sua politica fu caratterizzata dall’abilità di dare fiducia ai suoi collaboratori, per poi sorvegliare che questa stessa fiducia non producesse la convinzione che si potesse agire autonomamente da lui.
Non tutto, però, andò per il meglio: nel 1562, infatti, Giovanni e Garzia, due dei figli di Cosimo, morirono con la madre Eleonora a distanza di pochi giorni gli uni dall’altra, molto probabilmente a causa di una grave febbre malarica contratta in Maremma. La loro improvvisa scomparsa disamorò Cosimo nella sua voglia di governare, cosicché nel 1564 lo vediamo affidare una sorta di reggenza a suo figlio Francesco e dedicarsi alla sua giovane amante Camilla Martelli, che egli volle sposare nonostante le critiche dei figli. Nel febbraio del 1567 fu colto da un’emorragia cerebrale, che gli lasciò paralizzato il braccio sinistro e gli causò danni alla parola. Il 21 aprile del 1574 Cosimo morì di polmonite all’età di 54 anni. Sepolto in San Lorenzo nelle tombe della Sacrestia Vecchia, vicino ai suoi avi, sarà poi collocato nella Cripta della Cappella dei Principi, che il figlio Ferdinando farà realizzare.
Chi volesse studiare la storia iconografica di Cosimo e dei suoi familiari può ottenere grande soddisfazione nel visionare le opere dedicate alla famiglia Medici da Agnolo Bronzino, soprannome di Agnolo di Cosimo di Mariano (1503 – 1572), grande pittore italiano che lavorò a lungo nell’ambito della Corte medicea; due delle sue opere sono riprodotte in questo capitolo (figure 68 e 69); ma forse chi più di tutti ha servito Cosimo e stato il grande pittore e architetto Giorgio Vasari, che con la sua arte seppe onorare le committenze ricevute.
Se osserviamo il Regno di Cosimo nel suo complesso, non può sfuggire come, durante il suo tempo, il clima politico di Firenze avesse assunto caratteri quasi irriconoscibili, rispetto a ciò che abbiamo conosciuto nell’epoca repubblicana: nulla – o davvero poco – era rimasto infatti delle grandi istituzioni che il guelfismo aveva saputo realizzare. Tuttavia, a ben vedere, il ruolo di Cosimo I è in un certo modo speculare a quello del suo omonimo antenato, poiché entrambi fecero grandissima la loro Patria: Firenze, quella di Cosimo il Vecchio; la Toscana, quella di Cosimo I.



