CRISI EUROPEA, LA SOLUZIONE S’IMPONE

di Alberto Giusti

Nessuno ricorda ormai da quanto tempo ci trasciniamo nella crisi dei debiti sovrani europei.

Da pochi giorni l’Italia è stata declassata nella serie B della credibilità finanziaria da una delle agenzie di rating che, in un sistema economico effettivamente regolato dagli stati, sarebbe già stata chiusa, insieme ai battenti di Lehman Brothers. Ma se riusciamo a farci prendere in giro dai burattini della finanza internazionale, alla quale le agenzie di rating appartengono e per la quale svolgono un utile ruolo di giudici supremi senza che alcuno le abbia elevate a tale rango, è anche colpa nostra.

E con “nostra” intendo richiamare non certo gli italiani, men che meno i comuni cittadini. Intendo piuttosto l’insieme degli stati nazionali europei. Attori un tempo protagonisti sul palcoscenico internazionale, oggi recitano una parte drammatica, talvolta grottesca, di un copione del quale non possono più dirsi autori. L’Unione Europea, le cui fondamenta furono poste da uomini di statura ben più grande di coloro che oggi dobbiamo chiamare “leader” europei, è un giocattolino che mostra ora tutte le sue mancanze. Il Parlamento, unico organo eletto democraticamente dai cittadini, è praticamente inutile nella dinamica della crisi, tanto che lo sentiamo nominare, se va bene, per qualche norma sulla composizione della Nutella. I suoi componenti non riescono a farsi carico di iniziative di spinelliana memoria, che possano cambiare le carte in tavola. La Commissione Europea, sotto la guida di un Presidente sempre più discutibile, José Manuel Barroso, non riesce ad avere il forte ruolo di guida che in altri momenti della storia, con personaggi come Jack Delors, aveva espresso.

José Manuel Barroso (flickr).

A scapito di tutti i complessi meccanismi burocratici, di tutti i pesi e contrappesi, di tutti i passaggi e contro-passaggi di cui l’Ue si è dotata, gli unici organi a contare effettivamente qualcosa negli ultimi anni sono stati il Consiglio dei Ministri europeo, in particolare quando ha riunito i ministri economici e finanziari, e il Consiglio dei capi di stato e governo. Un’espressione di potere intergovernativo, non certo comunitario, ma pur sempre una modalità collegiale di prendere decisioni che riguardano i quasi 500 milioni di cittadini dell’Unione Europea. Ma anche quest’organo sembra aver perso importanza. Quasi in un rigetto di ciò che è stato faticosamente costruito in decenni, oggi la fanno da padrone gli incontri bilaterali e trilaterali. Si dirà: la necessità di decisioni rapide rende questo uno strumento più comodo. Ma se pensiamo che la scintilla che ha portato l’Europa nel baratro data l’aprile 2010 con l’inizio della crisi greca, dobbiamo domandarci se effettivamente l’annunciata rapidità nella ricerca di soluzioni sia servita a qualcosa in questi anni; o se le soluzioni proposte non siano state tutte insufficienti.

Non è stato un attore esterno, che si chiami capitalismo finanziario, che si chiami agenzia di rating, che si chiami crisi economica internazionale, a portare l’Italia in serie B e mezza Europa a perdere qualche A, pur in mezzo alla risata del cugino d’oltralpe. Nei momenti di crisi, i leader possono dimostrare la loro capacità di guardare non alle prossime elezioni, ma alle prossime generazioni. Uno su tutti, anzi, una su tutti, due anni fa, sembrava la donna capace di caricarsi sulle spalle questo peso, ma subito dimostrò di non esserne all’altezza e subito avremmo dovuto renderci conto di quanto in basso volassero i suoi progetti politici. Di fronte alla Grecia che rischiava il default, facendo ipotizzare la fine della nostra moneta unica e un disastro economico internazionale, per la cancelliera Angela Merkel vennero prima le elezioni nel Nord Reno-Vestfalia. Non poteva certo dire ai suoi concittadini, due settimane prima del voto, che avrebbero dovuto sborsare diversi miliardi di euro per salvare questi meridionali europei colpevoli di aver truccato i conti e di aver gestito uno stato come un bancomat a credito illimitato (si calcolava allora che circa la metà della forza lavoro greca fosse pubblico impiego). Benché gli elettori tedeschi fossero su questo più o meno d’accordo, quelle elezioni le perse comunque, il che non servì purtroppo a farle invertire la rotta. Nel frattempo il valore dei titoli greci era stato polverizzato.

Da allora, in due anni sono state prese, a livello europeo, diverse contromisure più o meno inutili: sono stati erogati prestiti alla Grecia in modo che potesse fare a meno di richiedere liquidità sul mercato finanziario; è stato creato il fondo salva-stati, del tutto insufficiente per paesi che non siano la Grecia o il Portogallo; la Bce si è messa a comprare titoli di stato dei paesi in difficoltà sul mercato secondario per alleggerire la pressione sugli interessi. Addirittura, a qualcuno è venuta la bislacca idea di inserire il pareggio di bilancio nelle Costituzioni dei paesi membri, così da impedire per sempre, e anche in tempi migliori, politiche di crescita basate sul deficit spending.

Oggi che tutti siamo stati declassati, forse è il momento di svegliarsi. Tutte queste soluzioni sono state perfettamente inutili. Solo la Germania riesce a tenersi fuori dalla macelleria sociale, ma ha gioco facile: nel panorama comunitario le regole sono cambiate per tutti tranne che per lei, visto che la politica della Bce è la medesima politica di bassi tassi di interesse praticata a suo tempo dalla Bundesbank. Tutte le economie europee, tranne quella tedesca, hanno dovuto ricalibrare gli obiettivi delle proprie imprese secondo questa filosofia. La Germania ha sì affrontato riforme del mercato del lavoro, a cavallo del secolo, che le hanno permesso un aumento della produttività unico nell’occidente industrializzato, ma le chiavi della sua economia sono le esportazioni verso i partner europei: se noi italiani, francesi, spagnoli, inglesi, polacchi non riusciremo più a comprare prodotti tedeschi a causa dei nostri bassi stipendi, presto anche in Germania la situazione peggiorerà. Le sue banche sono imbottite di titoli di stato altrui che costituiscono una minaccia costante al suo sistema finanziario. Ovviamente il dito non può essere puntato solo su Angela Merkel, ma su ogni singolo leader europeo che mai, in questi anni, è riuscito a dire “no” alla cancelliera, a farla riflettere, a trovare alleanze che portassero lungo una strada diversa. Il nostro nuovo premier Monti sembra intenzionato, finalmente, a mettere la parola fine a questa storia, e a marcare le responsabilità di tutti in questa crisi, anche di chi ha i conti in regola ma la coscienza sporca.

A questa crisi c’è sempre stata un’unica soluzione, fin dall’inizio. L’unione monetaria non basta. False politiche economiche comuni non bastano. I limiti del deficit/pil al 3% e del debito/pil al 60% sono vecchi di vent’anni, costruiti per economie in crescita. Oggi servono l’unione politica e gli eurobond. Per dirla in due parole, serve la Federazione Europea. Un governo democraticamente eletto dal popolo europeo è l’unico attore che possa agire con credibilità e concretezza sulla scena internazionale, che possa opporsi a qualsiasi pressione economica e politica e che possa far valere la posizione dell’Europa e la sua forza in ogni frangente.

Un ciclo politico si sta concludendo in Europa. In Italia, Francia e Germania abbiamo avuto contemporaneamente governi di centrodestra, i cui principali partiti facevano riferimento al PPE, che hanno fallito nella gestione della crisi. Entro un anno e mezzo, è probabile, seppur non certo, che il colore dei tre principali governi del continente sia cambiato. È tempo che le riflessioni della sinistra europea sul proprio ruolo dopo la caduta del muro terminino. La storia, ma soprattutto gli elettori europei, potrebbero affidare a socialisti, socialdemocratici, democratici, e non dimentichiamoci i verdi (nel nostro paese piccole percentuali, in Francia e Germania ormai attori di primo piano), la più grande sfida dopo la ricostruzione del secondo dopoguerra. Se ne saranno all’altezza, l’Europa potrà riprendere il suo ruolo nel mondo, stavolta non per colonizzarlo, né per divenire teatro delle guerre più sanguinose, ma per guidarlo nel nuovo millennio. Altrimenti, diremo definitivamente addio alla speranza di contare qualcosa sulla scena internazionale, ciechi nel perseguire gli irraggiungibili interessi degli stati nazione, relitti indifesi e impotenti contro attori più grandi di noi. Stati o capitali che siano.

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